Immagine1
Uno studio pubblicato su Pediatrics di alcuni anni fa ha analizzato la sindrome del pianto del neonato e ha osservato che i bambini delle società tradizionali generalmente non piangono e, se piangono, il loro pianto è di circa 3-4 minuti al massimo al giorno. Nelle società occidentali oltre ad essere più frequente e generalmente accettato come consuetudine, il pianto dei neonati varia da 20-40 minuti in media.
Gli studiosi hanno rilevato che una variabile importante di questa differenza è il contatto corporeo. Le società tradizionali vengono definite dall’etnopediatria società ad alto contatto, ovvero società in cui i bambini vengono portati sul corpo dell’adulto, in braccio o con supporti tipo fasce, perlopiù tutto il giorno. In queste società l’adulto non separa il tempo che sta col bambino dal tempo in cui si occupa delle mansioni quotidiane. “Fare” delle cose in presenza di un bambino, con un bambino, è la normalità. Oggi anche nella nostra società sta emergendo una “nuova” cultura del contatto, più attenta ai bisogni primari del neonato. Sebbene ciò sia un cambiamento positivo, per cui si inizia ad accogliere le richieste di un bambino come bisogni e non come “pretese” da educare, osservo che ancora siamo lontani dall’aver acquisito una comprensione profonda delle dinamiche della relazione tra adulti e bambini. Ciò a cui assistiamo sembra essere una diatriba ideologica tra chi è convinto che il bambino debba essere soddisfatto nelle sue richieste, apportando studi e dati a riguardo, e chi è convinto che debba ricevere delle necessarie frustrazioni che permetteranno così al bambino di confrontarsi con realtà ostili e all’adulto di avere i propri spazi e non lasciarsi “dominare” dalle esigenze infantili. Tale visione sposta l’obiettivo totalmente sul bambino e lo separa nei bisogni e nelle realizzazioni dal mondo degli adulti. Vorrei piuttosto porre l’attenzione sulla possibilità che vi sia uno spazio dove poter pensare che ciò che desidera il bambino sia esattamente ciò che desidera la madre (come amava ricordare Winnicott), dove ciò che sente il bambino sia esattamente ciò che sente la madre, dove ciò di cui ha bisogno il bambino sia esattamente ciò di cui ha bisogno la madre. In questo la fisiologia del corpo umano offre uno straordinario scenario di corrispondenze tra sensi, pensiamo a quel desiderio di spinta irrefrenabile che molte donne hanno quando stanno per partorire che altro non è che la spinta del bambino che vuole nascere. Pensiamo agli attimi dopo il parto quando un neonato, se non viene disturbato, si dirige verso il seno e vi si attacca con vigore, che corrisponde esattamente a ciò di cui anche la madre ha bisogno, perché proprio quel succhiare aumenterà l’efficacia delle contrazioni uterine che permetteranno l’espletamento del parto con la nascita della placenta e con il ritorno dell’utero alle precedenti dimensioni. La fisiologia del corpo ha pensato a tutti questi semplici, immediati e al contempo complessi sistemi, al fine di tutelare la relazione tra il piccolo e l’adulto, al fine di rafforzare, attraverso la dipendenza e il legame, la salute. Se iniziamo a vedere le cose da questa prospettiva diventa facile intuire che il rispetto della fisiologia nel parto, nell’allattamento e in tanti altri ambiti dell’accudire non è qualcosa che si sceglie ideologicamente ma qualcosa che tutela la relazione e la salute nella relazione. Va da sé che tutti questi sistemi garantiscono alla diade una buona dose di piacere e di ricompensa, ovvero per sostenere un onere così impegnativo come l’accudimento di un cucciolo, la fisiologia ha fornito il piacere.
Ed è qui che inizia ad incepparsi il tutto, perché la storia e la cultura del corpo, soprattutto il corpo della donna e del bambino in Occidente (ma aggiungerei in tutte le culture fondate su una religione monoteista), hanno da secoli demonizzato, negato, eliso il piacere. L’aumento dell’ossitocina che accompagna l’allattamento al seno ad esempio rende questa esperienza un piacere per la madre, rendendola anche più disponibile, paziente e calma (è esperienza comune di molte donne che allattano, anche nella nostra moderna frenesia, quella di sbadigliare o assopirsi mentre allattano il proprio bambino). Non è un caso infatti che proprio l’allattamento al seno e in generale tutto l’accudimento corporeo del bambino sia divenuto prima inopportuno per le donne aristocratiche e borghesi dell’Ottocento dirigendosi verso la pratica del baliatico e successivamente difficoltoso per le donne di oggi che lavorano o rivendicato come una libera scelta dalle femministe. Senza addentrarmi nell’interessantissimo quanto vasto panorama dell’analisi storica e culturale che tutto ciò comporta, e che sta dietro all’immaginario che oggi abbiamo del corpo femminile e del corpo materno, di cui trattano testi e documenti in abbondanza, vorrei tornare al fatto che il centro della questione dell’ accudimento oggi è la possibilità che esso sia un’esperienza di piacere corporeo e sintonico per la madre e per il bambino, un’esperienza da cui partiranno e su cui si costruiranno tutte le altre future esperienze psichiche emotive e corporee del bambino. Il contatto corporeo tra la madre e il bambino non è solo un’esigenza del bambino per sentirsi al sicuro, ma è quel canale attraverso cui la madre riesce più facilmente a sentire e a capire il bambino e che rende quindi la relazione più semplice e piacevole. Più starà a contatto, più riuscirà a sentire, più facile sarà accudire e quindi il piacere aumenterà. So bene che detta così può sembrar fin troppo facile, chi non ha fatto esperienza di essere tenuto, portato, pensato, chi non ha fatto esperienza di sentire il corpo della madre vicino, caldo, presente, può trovare molto ostico stare a contatto con un neonato, col proprio neonato. Il piacere dello stare, del lasciarsi andare può essere un qualcosa di estremamente difficoltoso da tollerare. Ma dopo un po’ di anni che lavoro con le mamme e coi loro figli posso senz’altro dire che sottovalutiamo enormemente la potenza della fisiologia : permettere ad una madre e al suo neonato di incontrarsi nella calma e nel rispetto, lasciare che quei fisiologici quanto perfetti meccanismi entrino in marcia ha un potere incredibile nel riparare, rimarginare antiche ferite e trasformarle in momenti cruciali di crescita e cambiamento. Un famoso studio condotto qualche anno fa consisteva nel consegnare alla dimissione dall’ospedale, dopo la nascita del bambino, ad un gruppo di madri delle sdraiette su cui tenere il bambino e al gruppo sperimentale delle fasce portabebè, incoraggiandole al contatto, al follow up il gruppo con le fasce risultava avere un migliore sensibilità alle esigenze dei bambini e i bambini un attaccamento più sicuro e il dato più interessante e che ciò era indipendente dalle situazioni socio-culturali delle donne coinvolte. Portare un bambino con la fascia sul proprio corpo dovrebbe essere vissuto non tanto e non solo come un’esigenza del bambino ma come qualcosa che facilita anche la madre. Il bambino fa così quella straordinaria esperienza di essere-con, di abbandonarsi sul e al corpo dell’altro, nel frattempo può dormire, succhiare il seno, risvegliarsi. È quello che può essere chiamato “movimento passivo” in cui il bambino è in movimento ma è appunto passivo, trasportato dalla madre o da un altro adulto di riferimento. Gli effetti benefici di questo tipo di movimento sono visibili nel corpo del bambino che è morbido, rilassato (come visibile nella foto) contrapposto all’atteggiamento corporeo osservabile nei bambini che stanno nelle sdraiette o in altri contenitori in cui la muscolatura è particolarmente tonica, i pugni stretti, e le braccia e le gambe che si muovono velocemente in una ripetizione di scatti. Questo tipo di tensione è eccessiva per il neonato, se dura a lungo, e porta facilmente a vocalizzi prima e al pianto poi. Ciò accade perché il neonato non ha controllo motorio e dall’esperienza in grembo è abituato al movimento continuativo, nel momento in cui gli manca questo tipo di scarica lui entra in agitazione motoria. Il bambino che si muove nella sdraietta attiva l’adulto che spesso fornisce ulteriore stimolazione visiva. In questo circolo succede così che il bambino chiede sempre più attenzioni e l’adulto sospende le proprie attività per rispondere ai richiami, in un circolo che spesso finisce per stancare sia l’adulto che il bambino. Attraverso l’uso di supporti per portare il bambino sul corpo invece il bambino è rilassato e confortato e l’adulto può svolgere le proprie attività come muoversi, mettere a posto delle cose, fare la spesa. L’attenzione non è più rivolta al bambino, o meglio non lo è quel tipo di attenzione direttiva e visiva, ma insieme, adulto e bambino, sono immersi nel fare e nel movimento. Non è più “o faccio qualcosa o sto con te ma bensì è “facciamo, stando insieme”. Oltretutto numerosi studi oggi confermano quanto questo tipo di movimento passivo sia importante per un sano sviluppo dell’apparato vestibolare del bambino che guida l’equilibrio e la precisione motori, prerequisito fondamentale per gattonare, camminare e poi scrivere correttamente (coordinazione oculo manuale motoria). Quello che ci insegnano le popolazioni tradizionali è FARE INSIEME AL BAMBINO, NON SMETTERE DI FARE PER STARE COL BAMBINO, questa ultima condizione è una distorsione della nostra società che suddivide il tempo col bambino dal resto del tempo in cui ci occupiamo della quotidianità. Succede così che stare con un bambino diventa un impegno così grande che allontana gli adulti dalla libertà di vivere serenamente le proprie attività. È importante nonostante oggi gli adulti abbiano esigenze e abitudini profondamente diverse dalle popolazioni tradizionali, che anche nella nostra società si vada nella direzione di pensare spazi, tempi e movimenti in cui i bambini siano inseriti e attivamente partecipi alla vita degli adulti. Abbiamo iniziato dalla cameretta per i bambini nell’800, per pensare poi a luoghi specifici per i bambini (asili, scuole, centri infanzia) certamente risorse importanti, per arrivare poi a luoghi vietati ai bambini o comunque difficilmente accessibili rispetto alle esigenze infantili, o alleesigenze degli adulti con bambini. Riportiamo i bambini nella quotidianità viva degli adulti. Abituiamoci ai loro gorgoglii prima e agli schiamazzi poi. Se facciamo con, siamo con. E questa è una grande palestra di aperura e crescita che giova a tutta la società.

Barr,R.G. “Colic and Crying Syndromes in Infants” Pediatrics 1998, 1282-1286

6 thoughts on “Il movimento passivo e il piacere della relazione

  1. Vanzetto Stefano scrive:

    Molto bello , chiaro .

  2. Vanzetto Stefano scrive:

    Molto bello , chiaro .

  3. YANN VAI scrive:

    CARA, che bello quello che hia integrato dentro di te.
    mi piace come scrivi e mi piace cosa scrivi.
    un abbraccio
    yann vai

  4. Ilaria scrive:

    Ho scoperto oggi questo blog. È’ pieno di articoli interessanti e chiari. Mi piace molto come riesci a far passare il concetto che gli interessi del bambino e della madre vanno nella stessa direzione e non sono contrapposti come ci hanno abituato a pensare.

  5. maurizio rosenberg colorni scrive:

    che bell’articolo! mi sembra che – pur dicendo cose che vengono dette anche altrove – apra prospettive filosofiche e antropologiche di grande interesse e che seminano ricche riflessioni! Non ho però capito chi lo ha scritto…

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>