La comunicazione psicocorporea del neonato

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Mi capita spesso di trovare madri che mi confidano il fatto che da quando il loro bambino ha iniziato a “farsi capire” trovano più semplice la gestione della quotidiana e la capacità di rispondere ai suoi bisogni.
Spesso questo “farsi capire” corrisponde all’emergere di una gestualità più intenzionale e successivamente all’emergere del linguaggio verbale, caratteristiche peculiari della comunicazione umana e più prettamente della comunicazione umana civilizzata. In realtà il bambino comunica fin dalla vita intrauterina, e soprattutto è dotato di sistemi molto efficaci di comunicazione, resta da chiedersi pertanto come mai al giorno d’oggi il neonato sembra questo enigmatico essere che arriva nella vita di tutti i giorni, sconvolgendo piani e routine e soprattutto ponendo i genitori nella scomoda posizione di decifrare continuamente messaggi apparentemente criptici. Ancora una volta è bene sgomberare il campo dai sensi di colpa che ogni madre può trovarsi addosso sentendo di non percepire immediatamente i segnali del suo bambino, ponendo invece da una parte l’attenzione sul fatto che sicuramente ogni madre, in qualsiasi situazione e momento della crescita, è in grado di sintonizzarsi col proprio figlio e recuperare la capacità di sentire e rispondere, e dall’altra considerando che molto di ciò che viviamo e sentiamo è determinato dalla realtà storica e sociale in cui viviamo.
La nostra società, e in generale tutte le società altamente civilizzate, ha visto (nel corso degli ultimi due secoli) un progressivo e inesorabile allontanamento dalla dimensione corporea, dagli umori (in senso umorale) del corpo e dalle sensazioni viscerali, considerate quasi nemici da combattere a favore di un uso razionale della mente come sintomo di evoluzione e autodeterminazione. Il corpo, soprattutto quello femminile, così tanto esposto mediaticamente come oggetto di venerazione, perfezione e desiderio, è sempre più divenuto corpo privo di specificità, di odori propri. Tanto più visivamente presente nudo o seminudo tanto meno raggiungibile al contatto. Gli odori sono coperti dai profumi, più ci laviamo e meno facciamo schifo (apparentemente!), in casa servono prodotti per la continua lotta ai batteri che altrimenti ci invaderebbero e ci divorerebbero, addirittura ora vi sono dispositivi ben pubblicizzati che ad ogni nostro passaggio in vari angoli della casa si attivano per rilasciare uno spruzzo di anonimo profumo giusto per evitare che possa restare qualsiasi nostra autentica scia. Senza cadere in questi estremismi, dai quali per fortuna ancora molti di noi si tengono lontani grazie anche ad una nuova emergente coscienza ecologica, resta di fatto che l’allontanamento tra i corpi è una realtà storica che ha accompagnato il processo di civilizzazione e che ha visto sempre più un allontanamento dei corpi anche all’interno della vita privata ( a riguardo suggerisco una impegnativa ma allentante lettura storica “Il processo di civilizzazione” di Norbert Elias). La teorizzazione della teoria sessuale di Freud ha portato a vedere l’area intima, intesa anche come spazio privato ad es. la camera da letto, come zona di “pericolo sessuale”. Da qui la nuova prassi a fine ottocento di allontanare i bambini da una promiscuità fisica coi genitori e metterli in una loro “candida” cameretta. Il contatto corporeo ha preso le sembianze di un vizio, da qui la credenza che a tenere in braccio un bambino si vizi e chieda di restarvi per sempre, oppure l’uso di un termine assurdo come “svezzamento” per indicare l’introduzione di cibo a fianco dell’allattamento, dando a quest’ultimo l’accezione di “vezzo” ossia vizio per cui allontanarsi dal seno è sostanzialmente perdere un vizio.
Al letto condiviso coi genitori usato da sempre e in tutte le culture del mondo si è sostituita la culla, alle braccia il passeggino, a tavola il seggiolone piuttosto che le ginocchia del genitore e la lista potrebbe continuare di pari passo con l’aumentare dell’oggettistica per l’infanzia.
Facendo ora un salto rocambolesco, lasciamo questa questione storica (che invito tutti ad approfondire) per arrivare a capire come comunica un neonato, quali strumenti usa lui che aldilà del progresso sociale, nasce nel 2013 e ancora presenta i riflessi di Babinski, di Moro, e il riflesso spinale di Galant, ossia riflessi arcaici primari che sanciscono la sua appartenenza a un corpo adulto che lo trasporta e che accompagnano la sua evoluzione. Il neonato comunica e riceve segnali dall’ambiente esterno con una piena attivazione dei sensi, soprattutto quello tattile e olfattivo.
Un neonato appoggiato sul ventre della madre nell’ora dopo la nascita, in modo del tutto autonomo, striscia e migra verso il seno per attaccarvisi, sempre che nessuno lo prenda, lo sposti, o lo tocchi, insomma senza che nessuno lo confonda…un miracolo vederlo!
Il neonato sa che la sua mamma è lì, non perché lei effettivamente è vicina a lui, ma perché sente la sua pelle, sente il suo odore, altrimenti il neonato pensa di essere solo, per cui si agita, si muove, fino a piangere per chiamarla.
La madre lo prende, lo culla, lo rimette giù e puntualmente dopo poco lui riprende a piangere.
Tutta la comunicazione del bambino passa attraverso il somatico, il corpo, la pelle, l’odore, la chimica, non ha pensieri il neonato (ciò non vuol dire che non senta, non percepisca, non abbia emozioni!)
Ad esempio una madre in ansia produce adrenalina che il bambino recepisce nell’aria e il suo stomaco produce istamina, sostanza irritante che provoca coliche e spasmi muscolari, ecco perché a volte sembra non esservi nessun rimedio alle coliche, perché nessuno guarda lo stato della madre! Lo stesso vale per una madre serena, riposata, ben curata e alimentata, il suo neonato sentirà la sua pace.
Un neonato che passa la giornata sul corpo della madre, come da sempre è stato fatto nel corso millenario della storia umana, è tranquillo, placido, non agita piedi e gambe, ma si abbandona e si lascia trasportare, permettendo tra le altre cose alla madre di essere molto più libera di fare e muoversi.
Osservo sempre più spesso neonati con i muscoli in tensione, neonati che hanno bisogno di continue stimolazioni visive, ninnoli e altro per non mettersi a piangere.
Ciò è il segnale evidente che manca loro la possibilità di scaricare la propria energia lasciandosi portare da un adulto. Ancora una volta il senso della vista, che è il senso della distanza (non si vede se non a una certa distanza!) prende il posto del senso tattile, il senso della vicinanza.
Importante ricordare che tenere un bambino in braccio, per quanto sia infinitamente meglio che tenerlo in una culla, non è la stessa cosa che tenerlo in una fascia. In braccio la posizione è più scomoda per la madre, e la tensione del braccio della madre passerà al bambino il quale continuerà ad agitarsi, inoltre la madre per tenere un bambino in braccio non può fare nient’altro, e anche ciò è assolutamente frustrante per entrambi.
Un bambino ha bisogno di una madre che lo tiene con sé, mentre si occupa di fare la propria vita, non di una madre che per stare con lui smette di fare la propria vita.
Ciò sfata completamente il mito assurdo che per essere madri “ad alto contatto” bisogna rinunciare ad essere donne, ad essere indipendenti ecc..per quanto consiglio di riposarsi dopo il parto il più possibile, devo dire che usando la fascia ho potuto lavorare quando ne ho avuto bisogno anche con un figlio di due mesi addosso, e una volta sono stata chiamata a parlare ad un convegno pediatrico e l’ho fatto col bambino nella fascia. Tutt’altro che madre casalinga!
La vicinanza al corpo della madre, permette anche al neonato di sentire attraverso i feromoni, e una serie di segnali chimici quando e con quale consistenza si presenta il latte, allo stesso tempo il corpo della madre attraverso i segnali chimici inviati dal bambino sente quando è meglio produrre latte più grasso e nutriente o quando produrlo più liquido e dissetante.
Questo è il modo migliore e più semplice per far sì che l’allattamento funzioni, ma ciò funziona perlopiù col contatto corporeo, non con interpretazioni mentali.
Lo stesso vale per il sonno, un neonato a contatto col corpo materno si sintonizza con la madre, si sente rassicurato dal suo odore e dorme con e come lei, con la differenza che si sveglierà più volte per attaccarsi al seno, ma la madre avendolo vicino a sé offrirà lui il seno, lui succhierà per nutrirsi e per riaddormentarsi, senza bisogno per entrambi di svegliarsi definitivamente, di accendere luci ecc..
Una sinfonia che si stabilisce aldilà del guardare l’orario o di pensare cosa è meglio o no fare. Una sinfonia che si crea per rendere a tutti e due la vita insieme piacevole e soddisfacente.
La competenza di una madre si attiva soprattutto e meglio se lei può godere di questi messaggi chimici, non perchè è istruita, è brava, è coraggiosa ecc..
Proprio come avviene tra due innamorati i primi mesi in cui stanno insieme : stanno sempre attaccati, accoccolati, fanno molto l’amore, e vivono spesso uno stato di simbiosi, dove desiderano mangiare e dormire insieme e magari passare giornate sotto le coperte.
Bene, riusciamo a fare tutto questo con qualcuno che fino a mesi prima era un perfetto sconosciuto e spesso non riusciamo a farlo con nostro figlio, la cosa più preziosa al mondo, solo perché è socialmente meno accettato. E’ talmente evidente questa resistenza.
Sia chiaro non voglio fare una lotta alla nostra cultura che trovo meravigliosa in tanti aspetti, voglio solo puntare l’accento sull’immaginario che si è creato intorno all’arrivo di un figlio, che è volutamente diretto verso un certo clichè che ancora una volta mette la donna-madre in scacco-matto, una madre che per uscirne incolume deve fare salti mortali, che per essere donna e essere madre deve passare da una bella depressione post-partum.
Ovviamente ciò non significa che chi non viene portato a contatto tutto il giorno non venga nutrito bene o la mamma non riesca a comunicare con lui, ma sicuramente sarà molto più difficile capire quando quel bambino vuol mangiare, dormire, muoversi. Occorreranno mesi per capirlo e nel frattempo ci saranno notti insonni, per orientarsi il bambino in assenza della chimica somatocorporea data dal contatto continuo con la madre, avrà bisogno di rituali, abitudini, orari. Tutto ciò complicherà enormemente la vita dei genitori, che per uscire di casa dovranno stare attenti che ciò non coincida col sonnellino, o la poppata ecc..
Insomma roba da guinness! Proprio quello che accade a molti genitori oggi che si vedono cambiare così la vita. Tutto alla fine finisce bene, ma qual è il prezzo che si deve pagare? Ne vale la pena?
Un figlio non si può affrontare con la testa, con gli orari, ma con la pancia, col cuore, con la pelle, la mente arriverà e emergerà pian piano nella madre e quindi in lui.
Non voglio semplificare tutto, tenersi un bambino addosso tutto il giorno come le donne africane smuove tante cose dentro noi e dentro gli altri : a noi risveglia tutte le ferite subite, agli altri uguale, e per questo sferrano i loro attacchi. Ma tanto le madri gli attacchi li subiscono ugualmente in questa società, meglio subirli riposate e serene piuttosto che esauste da notti in bianco. Non voglio dire che i bambini non abbiano bisogno di ritmicità, abitudini, anzi ne hanno molto bisogno, ma è sufficiente che siano le abitudini sane di una persona sana. Per cui è normale svegliarsi col sole e andare a dormire col buio, ma è anche normale ogni tanto restare svegli sotto le stelle senza che ciò stravolga il programma del bambino e della famiglia a seguito, per una settimana. Ricordo i primi mesi coi miei figli sicuramente pieni e stancanti, ma non so cosa siano le notti in bianco, non so cosa siano i pianti inconsolabili, anzi ricordo letture, passeggiate, riposi ripetuti nel corso della giornata e tanta gioia, il cappuccino al bar col barrista sorridente che mi diceva “signora ma il suo bambino non si sente, di solito è tutto un piagnisteo quado entrano nel bar”. Oggi non è più così i miei figli sono un po’ cresciuti (12 anni, 5 anni, quasi 3), ora entrano nel bar e corrono a prendersi il cornetto da soli. Ciò non mi raffranca, non vorrei essere un’isola felice io, dovrebbe essere consuetudine di una società sana accogliere nuovi nati in modo che siano una ricchezza per tutti, per i genitori, ma anche la comunità, un piacere la cui presenza arricchisce. Vorrei che tutte le mamme avessero una vita più semplice coi loro figli, che fossero messe meno alla prova, meno stanche, meno spinte a leggere manuali, madri che sentissero la bellezza di stare nude coi loro figli nudi addosso e capire, senza leggermi, cosa sia la comunicazione psicocorporea del neonato.

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