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Su la rivista Elle dell’Aprile 2015 una grande foto accompagna un articolo dal titolo “Il regalo più grande”, il tema : “utero in affitto”, l’immagine è piacevole e familiare, due bambini di circa 2 anni l’uno e 3 l’altro sono sul divano con la mamma, un po’ di pupazzi sparsi, una luce calda avvolge il tutto.
Ho comprato quella rivista proprio per l’articolo che conteneva, lavorando molto con la maternità e in generale direi coi fenomeni umani, sono molto incuriosita dal capire queste nuove forme di genitorialità, e in particolare, in questo momento di acceso dibattito, di capire cosa si muova in una donna che sceglie di accogliere per nove mesi dentro di sé un figlio che alla nascita lascerà alla madre biologica (1).
Inizio a leggere.
L’articolo è particolarmente interessante perché non riporta opinioni o giudizi di terzi sulla questione ma intervista le due dirette interessate, ossia colei che regala (appunto il regalo più grande, perché così si definisce la donna che porta in grembo il bimbo) e colei che riceve il dono (la madre biologica, che, c’è da precisare, non sembra ammettere si tratti di un dono perché per lei quel figlio è assolutamente suo).
Le due donne Aimee (madre surrogata) e Sarah (madre biologica) hanno deciso di “redarre” a quattro mani il diario della gravidanza. Per Sarah è il terzo figlio che ha ricorrendo all’utero in affitto, per Aimee, ostetrica tra l’altro, è la prima esperienza, quella di portare in grembo un figlio per un’altra donna.
Aimee dichiara di essersi sentita “finalmente utile a qualcosa” (nonostante abbia già due figlie avute in modo naturale dal compagno), Sarah nonostante sia il terzo figlio di cui è madre senza averlo portato in grembo, si sente inquieta, porta sempre con sé un coniglietto di plastica rosa “nel tentativo di materializzare il bambino che sta crescendo così lontano da lei”, si sottopone a iperdosaggi di progesterone per essere sicura di riuscire ad allattarlo nonostante la mancata gestazione e dichiara “è il mio modo di urlare al mondo che per questo bambino sono disposta a fare qualsiasi sacrificio, a sopportare tutto, che merito di diventare madre”.
Aimee dal canto suo immagina “e se un giorno, commossa da uno dei calcetti del piccolo, mi dimenticassi che quello che porto dentro di me non è mio figlio? In che condizioni mi ritroverei tornando bruscamente alla realtà? il mio cuore rischierebbe di spezzarsi ogni volta, per difendermi, non c’è niente di meglio del rifiuto”, pensa che alla nascita non vuole stringere il bambino a sé “sono terrorizzata all’idea di essere annientata dall’amore, nel caso lo toccassi”.
Ho dovuto far sedimentare a lungo il materiale che ho letto in questa intervista, per riuscire a formulare un pensiero, un solo pensiero, raccogliendo nel frattempo altre fonti di altre storie, ma anche leggendo gli accesi dibattiti che sul web circolano su questo tema.
Ho avuto un senso immediato di riconoscenza per queste due donne che hanno condiviso le loro inquietudini, ignare, o forse no, di permettere a chi come me vive anche delle storie degli altri, di sentire, di apprendere, di pensare qualcosa in più che non è ancora del tutto formulato. Oltre alla riconoscenza, ho percepito vivo e forte quanto questo loro materiale interno sia pieno di sofferenza, una sofferenza che mi chiedo a quale prezzo una donna sia disposta ad attraversare. Mi chiedo a chi, nella società, spetta il compito di non lasciare sole queste due donne, di tutelare che facciano sì libere scelte ma che le possano fare senza esporsi a rischi psichici gravi come quando Aimee subito dopo il parto dichiara : “Non appena Oscar è uscito dalla mia pancia, subito l’attenzione generale si è spostata su di lui. E mi è sembrato di entrare in un altro film: la scena viene girata al rallentatore e io non sono più attrice, ma semplicemente spettatrice. Tutti hanno occhi solo per il nuovo arrivato e io sono diventata invisibile, come se non esistessi”.
Scorro nei mesi gli innumerevoli articoli scritti da mani terze su questo argomento, ancora una volta osservo donne e uomini che si schierano agguerriti chi da una parte, quella che condanna, chi dall’altra, quella che difende la assoluta libera scelta (della donna) di cosa fare del proprio corpo.
E una domanda si solleva dalla mia pancia più che dalla mia testa :
E il bambino? Dove è finito il bambino in tutto questo? Perché nessuno pensa o si interroga sul bambino?”
Io mi chiedo cosa accade dentro quel bambino quando la madre che lo porta in grembo, come nel caso di Aimee, di fronte alla possibilità di poter soffrire pensa che “non c’è niente di meglio del rifiuto”. Io mi chiedo cosa accade dentro a un bambino quando, cresciuto e vissuto per nove mesi in un grembo si aspetta di essere abbracciato, annusato, guardato dalla donna che ha quel grembo, e invece deve rinunciarvi bruscamente perché lei “è terrorizzata all’idea di essere annientata dall’amore, nel caso lo toccasse”.
Cosa se ne fa quel bambino di quella cesura irrimediabile a cui è costretto?
Purtroppo so bene cosa può accadere dentro di fronte a cesure del genere.
Sappiamo che anche nelle maternità più naturali, nei percorsi più canonici, vengono al mondo bambini che devono affrontare cesure irreparabili, che vi sono madri e padri incapaci di accogliere bisogni e attitudini, ma è ben diverso se ciò avviene per la insita, imprevedibile e talvolta ingiusta varietà che la vita può presentare, piuttosto che se avviene per mano di una società che accoglie, programma e accompagna medicalmente, senza consapevolezza, la realizzazione di un desiderio che prevede necessariamente un trauma per l’essere umano più indifeso coinvolto, il bambino.
Perché è di questo che dobbiamo parlare, di trauma.
Nel mondo della nascita facciamo così tante battaglie perché venga riconosciuto il feto come un essere umano che sente ed è in relazione già nel grembo della madre, che riconosce la sua voce, i suoi stati d’animo, che necessita, quando viene alla luce, di un imprinting con quel corpo che lo ha custodito per nove mesi affinchè lui stesso possa riconoscersi e sentire di appartenere, e poi limitiamo tutta la questione della madre surrogata a una libera scelta della donna. A me non interessa disquisire se una donna debba o no avere piena libertà sul proprio corpo, perché è pacifico che debba averla.
Non vorrei mai che queste parole fossero interpretate come una lotta a legiferare contro queste realtà, né tantomeno come un giudizio sulle donne che hanno scelto questa strada.
Io vorrei capire cosa possiamo fare come società per tutelare queste donne affinchè non facciano solo scelte libere ma scelte consapevoli, cosa possiamo fare per tutelare il bambino e tutto il tessuto intorno, come ad esempio le figlie naturali di Aimee le quali coi soldi che la madre ha guadagnato per questa gravidanza donata, si sono viste regalare un viaggio a Disneyland con alberghi e ristoranti di lusso perché la madre voleva “consolarle per averle private di una sorellina o di un fratellino”.
Non abbiamo bisogno di distrarci, di dimenticare, di non sentire. Non abbiamo bisogno che una madre sia disposta a tutto per noi e che abbia bisogno di urlarlo al mondo e neanche che quella che ci porta in grembo senta che “finalmente è utile a qualcosa”
E se una coppia si rivolge a una struttura per avere un figlio, in quella struttura ci dovrebbero essere professionisti in grado di interpretare quali esigenze esprima realmente quella coppia, e se comprendono che quel percorso serve a “sentirsi finalmente utili” possono dirottare la coppia a risolvere altrove le loro problematiche perché con un figlio esse si complicano non si dissolvono.
Non si è mai liberi fino in fondo se non siamo in contatto con i movimenti profondi che muovono i nostri desideri, e una società che illude di poter “semplicemente” esaudire dei desideri è una società che nutre un pericoloso narcisismo, privo della cura e del prendersi cura.
Una questione mi appare chiara sulle altre, ossia che oggi si assiste ad un passaggio epocale per cui diventare madre o padre non è più “dare la vita” ma “avere un figlio”.
È sempre meno importante cosa questo comporti, tanto meno per il bambino.
Si è disposti a tutto.
Un figlio non è più un evento che può avvenire o no tra gli altri della vita,
un figlio non è una benedizione che può o no capitarci,
un figlio non è come l’amore che può arrivare o no nella nostra vita.
Oggi un figlio è un diritto.
Costi quel che costi.
Non si tratta di stabilire se ciò sia giusto o sbagliato, le cose stanno andando anche in questa direzione, indipendentemente dalle opinioni. Dovremo però interrogarci più a fondo, creare momenti di confronto aperti e profondi per accogliere e compenetrare queste realtà e poterle supportare in un modo che generi salute e non malattia.
Come le parole che facciamo girare che creano realtà più incisive di quel che pensiamo.
Pensiamo a che parole usare.
Come il termine “surrogato”, cerco sul vocabolario e trovo : qualcosa che sostituisce un’altra in modo inadeguato o non completo, con riferimento a cose varie, anche non materiali, ciò che sostituisce un’altra cosa in modo imperfetto.
Mi risuona dentro….inadeguato, imperfetto.
E quando oggi una donna, in una seduta in cui mi annuncia di essere incinta, mi racconta che pochi giorni prima, mentre era in bagno, ha pensato per la prima volta a cosa avrà sentito sua madre, che ha perso all’età di 10 anni, quando era in attesa di lei, e mentre si accosta insieme a me a quel pensiero si scioglie in un pianto struggente che commuove anche a me, mi risollevo e mi ricordo che c’è qualcosa di irrefrenabile, che si presenta a noi, indipendentemente dai nostri piani, dai nostri desideri, dalle nostre libere scelte, qualcosa di ineludibile : il luogo delle origini.
Tuteliamo il luogo delle origini perché sia il meno possibile inadeguato.

Ornella Piccini

1) Le tecniche di procreazione medicalmente assistita vanno dalle fecondazioni medicalmente assistite di primo livello in cui la fecondazione avviene all’interno del corpo della donna, a quelle di secondo livello in cui la fecondazione avviene in vitro con successivo impianto dell’embrione nell’utero, a quelle, vietate in Italia come donazione di gameti (fecondazione eterologa)- maternità surrogata- congelamento- diagnosi genetica pre-impianto.

8 thoughts on “Madri biologiche, madri surrogate……E IL BAMBINO?

  1. Paola scrive:

    Bellissimo articolo. Hai dato voce a tutti i miei pensieri.

  2. Gian Maria scrive:

    In una società che riduce le relazioni umane a trasazioni commerciali (mercato del lavoro e uteri in affitto lo tradiscono anche nelle parole) non ci si può aspettare una gran consapevolezza e tantomeno che le strutture preposte a lucrare diventino “umane”. Il problema putroppo non è limitato al contesto degli uteri in affitto e questo lo rende pressocché irrisolvibile. E’ un’opinione, ovviamente.

  3. Gail Carson scrive:

    I am not convinced that the child must necessarily suffer any more than he would from adoption. Not all surrogacy is commercial. There is also altruistic surrogacy.

    The article seems to dwell on the narcissistic element. Yet we all want children for a multitude of reasons – not all of the reason can be deemed “good”.

    I feel there is an element of in this article, that does not necessarily exist.

  4. Marcella scrive:

    Grazie. È un articolo attento, approfondito e che mi trova d’accordo profondamente.

  5. Vlad scrive:

    le scelte libere sono anche consapevoli. sull’utero in affitto ho dei dubbi etici ma non centra

  6. Emanuela scrive:

    Libertà e consapevolezza: quando, oltre il mio punto di vista, ascolto alche il punto di vista degli altre (donna che vive la gestazione e bimbo o bimba). Allora è vera libertà. Ho apprezzato l’articolo, ha aggiunto il tassello che mi msncava. E la creatura che nasce… dove sta in tutta la contrattazione? Per la mia esperienza personale questo mi tocca ed è quanto mi preoccupa. È vero chi ci sta accanto giorno dopo giorno, notte dopo notte è nostro “genitore”, ma la relazione nei 9 mesi ha uno spazio di gioco molto, ma molto importante. Grazie ancora dell’articolo da parte di una creatura che ha pagato nella sua vita le scelte fatte dagli adulti all’origine.

  7. Letizia scrive:

    Ti ringrazio infinitamente per il rispetto con cui hai analizzato la storia delle due madri. Ancora di più ti ringrazio per aver messo in luce quella figura fondamentale di tutte le storie simili a questa: il bambino. Questo argomento mi sta molto a cuore, probabilmente anche perché ho vissuto un’esperienza traumatica, con un parto prematuro e il distacco forzato da mio figlio.
    Leggendo la vicenda che hai narrato, io penso solo al dolore e al senso di inadeguatezza che ciascuna madre (biologica e surrogata), per motivi differenti, portano dentro.
    Mi resterà in mente per molto tempo la tua ultima frase: “tuteliamo il luogo delle origini”…
    Grazie, davvero.

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