Allattamento al seno

 

 “Ogni madre che ha attaccato suo figlio al seno anche una sola volta ha allattato,
e va onorata per ogni goccia di latte che ha dato a suo figlio.”

 

Fisiologia dell’allattamento

Prima di parlare di qualsiasi questione riguardi l’allattamento, è importante chiarire che il momento della nascita, ossia quello che accade nell’immediato dopo-nascita ha una influenza fondamentale nello stabilirsi di un allattamento al seno equilibrato e funzionale.

Quando si parla di allattamento si rischia di cadere nella ripetizione di nozioni non certo di poca importanza, ma sicuramente “sbiadite” nella loro capacità di essere efficaci…come il fatto che sicuramente è l’alimento migliore, che dovrebbe essere esclusivo per i primi sei mesi, che l’uso del ciuccio e del biberon interferiscono negativamente con la buona riuscita e la durata dell’allattamento ecc ecc..nozioni che teoricamente tutti i professionisti e tutte le mamme sanno o dovrebbero sapere, ma che nella pratica trovano uno scarso riscontro. Mi riferisco al fatto che se bene nell’ultimo decennio l’allattamento al seno sia stato “riscoperto”, a mio avviso siamo ancora lontani dalla comprensione di ciò che dovrebbe essere un allattamento fisiologico, ossia un allattamento che risponde alle reali esigenze fisiche, biologiche e psicologiche di un individuo in crescita come il bambino nei primi anni di vita. In questo contesto mi riferisco in particolare alla sua durata che dovrebbe essere considerata in anni e non certo in mesi e la frequenza con cui fisiologicamente un bambino si attacca al seno. Su questo ultimo punto credo che aldilà delle differenze che vi sono tra bambino e bambino, è abbastanza frequente che un bambino sotto i 10 mesi si attacca molto frequentemente, anche ogni 10 minuti o comunque può alternare momenti in cui fa una poppata bella intensa e poi non si attacca per ore (ipotesi comunque meno frequente) a giorni in cui è letteralmente attaccato al seno tutto il giorno. Ecco perché l’uso di supporti per portare i bambini sul corpo sono sempre stati usati fin da quando il piccolo d’uomo ha perso la capacità di aggrapparsi al pelo della madre, perché è necessario che la madre faccia altro mentre risponde anche all’esigenza del bambino di attaccarsi al seno.

 

Il tabù della durata

Credo sia proprio la durata che rende l’allattamento un’esperienza fondante, e credo che sia proprio la sua durata l’elemento meno considerato.

Crescendo il bambino ha modo di entrare in una relazione speciale col seno e con la madre, lo tocca, ci gioca, letteralmente lo assapora. Ne comprende la funzione nutritiva, non solo in termini organici ma affettivi, capisce che è una forma di accudimento, una modalità per “prendersi cura di”. Più volte mia figlia a solo due anni di età, vedendo ad esempio un capretto attaccato alla mammella della capra ha commentato con frasi del tipo :”Quella è la sua mamma, gli dà il latte buono per crescere come te a me”. Dimostrando così di essere in grado di riconoscere il legame di filiazione tra la capra e il capretto attraverso il gesto di allattare, di saper mettere in relazione, ma anche di confrontare, di trovare analogie tra noi ed altri mammiferi. Tutto ciò è dovuto all’esperienza effettivamente corporea e sensoriale che il bambino trae dall’allattamento. Osserva, sente e sperimenta. Mia figlia un giorno mentre sta succhiando al seno si stacca e mi chiede “mamma perché a volte il latte è come la fragola, altre è più asprino o salato?” la mia risposta “tesoro il sapore è dato da ciò che mangio, se mangio cibi dolci sarà più dolce, se mangio salato sarà salato…in più è sempre condito anche un po’ dalle emozioni, se sono agitata o arrabbiata avrà sapori diversi rispetto a quando sono rilassata e serena.” Tutto questo è un patrimonio di educazione alla biologia, alla funzionalità, alla logica, insomma alla vita. Certo, anche chi non è allattato al seno può essere in grado di fare ragionamenti del genere, ma credo che il valore aggiunto sia proprio la facilità e la propensione con cui il bambino grandicello che ancora succhia il latte si sofferma a osservare questi eventi, a commentarli e appunto a fare paragoni. Riconoscersi un po’ come mammiferi, come facenti parte del ciclo vitale della natura è un’opera molto importante per la crescita di un bambino, soprattutto oggi, aiuta a sentirsi parte del tutto, e quindi a rispettarlo. È più difficile infatti rispettare qualcosa che non si comprende fino in fondo, che non si sente parte di noi e della nostra vita, diventa un rispetto mosso dall’educazione ma non dal profondo.

 

Allattamento e relazione

Un altro aspetto che merita di essere preso in considerazione per quanto concerne l’importanza della durata è la relazione col nutrimento, col cibo, che acquista così sfumature emotive ricche e variegate. Il bambino, che fin dalla nascita esperisce già la possibilità di unire il gusto con lo scambio relazionale, ossia che contemporaneamente al sentire un buon nutrimento che scende giù dalla bocca nel suo corpo può godere anche dello scambio affettivo e relazionale con la madre, e quindi si nutre e prova un piacere multisensoriale al contempo, crescendo ne diventa ora anche consapevole. La consapevolezza favorisce il processo di interiorizzazione, il quale assicura il fatto che qualcosa “prenda un posto” dentro di noi in maniera sana, salda e funzionale, che venga assimilato e ci appartenga. In tema di nutrimento e quindi di alimentazione questa è una grande conquista : ne può derivare così un sano e ricco rapporto col cibo, il cui “contorno” è l’emozione e la sensazione. Ciò che è emotivamente significativo e rappresentativo dentro di noi, può essere più efficacemente trasmesso. Quando ci alimentiamo infatti mettiamo in moto anche tutto il nostro sistema sensoriale ed emotivo, non è mai un semplice bisogno organico altrimenti potremo alimentarci tutti con delle pasticche!!in realtà siamo attratti ad esempio dai profumi, dai colori che troviamo nel piatto, dal fatto che qualcuno ha cucinato per noi con dedizione (i figli di madri a cui non piace cucinare ad esempio hanno con molta più frequenza una cattiva relazione col cibo!).

Capiamo così come tutti questi aspetti siano fondamentali non solo per costruire la salute alimentare del singolo ma anche una più ampia salute sociale, oggi che obesità e disturbi alimentari coinvolgono sempre più bambini.

 

Allattamento e difficoltà ad allattare

È incredibile come nel campo delle scienze psicologiche, come anche in buona parte della studi psicoanalitici, sia stato completamente trascurato il valore psichico e relazionale dell’allattamento al seno. Si parla più genericamente di allattamento, sottolineando che l’importanza è la relazione che la madre ha col bambino e non il tipo di allattamento, si dice “meglio un biberon dato con amore che una tetta data con rabbia”. Non so quanto ciò sia vero, ancora questa idea non mi convince, soprattutto la trovo semplicistica. Credo che sia più onesto presentare la questione così : a parità di rabbia e malcontento della madre, l’allattamento al seno è meglio, in quanto crea le condizioni per contribuire a superare certe difficoltà relazionali. Quello che intendo dire è che credo sia troppo sbrigativo (e le soluzioni veloci oggi sono spesso le più allettanti!) affermare che se una madre non allatta con piacere è meglio che non allatti, piuttosto potremo dire che è bene com-.prendere e con-sentire ad una madre di entrare in contatto col PERCHE’ si trova in quella difficoltà e solo così quindi poterla superare. È un’occasione unica di crescita e di cambiamento. È necessario però che quella madre abbia accanto la persona giusta al momento giusto per sostenerla in questo. Non si tratta di indurre una madre ad allattare perché questo è quello che fa bene al bambino e alla sua salute, si tratta piuttosto di fare spazio alle difficoltà che una madre incontra, consentirgli di vederle, toccarle, averne coscienza. Al contempo nel pensiero psicoanalitico di anni fa ritengo fuori luogo il pensiero che si è diffuso di ritenere che se una madre non allatta non ha amore per il proprio figlio. Questa “cultura psicologica” ha creato enormi danni facendo sentire le madri incredibilmente in colpa, e fomentando ancor di più il formarsi di schieramenti : da un lato pro-allattamento e “naturalista” (parto naturale ecc..) dall’altro quello della tecnica e della medicina al servizio della donna (con parto indolore, programmazione ecc..). Ancora oggi mi capita spesso di sentire dire ad una madre “brava” perché “ha saputo partorire” il proprio bambino oppure “fortunata” perché ha il latte…

Tutto ciò è fuorviante. Piuttosto tutta questa questione può essere diversamente formulata dicendo che se una madre ha tanto sofferto nella sua vita, può essere tanto chiusa e sola nel suo dolore da non consentire al latte di fluire adeguatamente. Io credo che l’allattamento al seno sia stato “programmato” biologicamente per favorire la relazione tra la madre e il bambino. Quindi i due (allattamento e relazione non sono scindibili), ma inevitabilmente embricati e vicendevolmente intrisi. Allattamento e relazione vivono e si sviluppano intorno a dei momenti “critici” in grado di determinare o meno la loro potenzialità. Una madre per poter fare ciò non basta che ricorra alle sue “doti naturali” come molti orientamenti volti al naturale e all’espressione degli istinti vorrebbero. Ha bisogno di essere ben nutrita, di essere in un ambiente confortevole, di essere sostenuta, di poter accudire il bambino e avere spazio per la propria cura (sia fisica che mentale ed emotiva, e in termini di attività che la gratifichino). Ciò oggi viene spesso a mancare nella nostra società e a farne la spesa sono madri e bambini, le prime con i grandi sensi di colpa di non riuscire se non a scapito di sacrificare se stesse, i secondi con i sempre più numerosi problemi di adattamento, di attenzione ecc..

Vi sono stati autori che se sono occupati in maniera più specifica come nel caso di Winnicott dove in alcune pagine, facendo oro della sua esperienza da pediatra, affronta anche lo spinoso tema della durata dell’allattamento, dell’importanza che il seno sia disponibile per il bambino a sua richiesta senza limiti di tempo o orari da rispettare, e ancora le più recenti e preziose pagine di Mary Ainsworth, che approfondisce la teoria dell’attaccamento di Bowlby, e afferma che l’età dello svezzamento si aggira  tra i due e i tre anni. Queste pagine di carattere pratico, funzionali al maternage quotidiano a cui una madre realmente è chiamata a rispondere quando ha un bimbo tra le braccia, sono state e vengono tutt’ora ignorate dal mainstrem della psicologia infantile per lasciare lo spazio a tutta la parte teorica e nozionistica, certamente importante ma non sufficiente. Molti bambini che hanno difficoltà nello svezzamento, non ce l’hanno perché hanno difficoltà relazionali con la madre ma perché si ribellano all’introduzione precoce di cibo oltre al latte materno prima dei 6-8 mesi come indicato dalla maggior parte della pediatria italiana.

Perché non investiamo in questa cultura del saper fare più che del sapere e basta?  Provate a chiedere a un neolaureato in psicologia se ne sa qualcosa di allattamento. Sono certa che la sua risposta sarà negativa, almeno che non ne abbia avuto diretta esperienza. Abbiamo diviso e serrato nei rispettivi ambiti di sapere la puericultura e la psicologia, ma esse sono intrinsecamente unite e dipendenti l’una dall’altra. Ma non si può capire come funziona l’adulto se non si è capito come funziona il bambino che era, e non si può capire il bambino che era se non si capisce il bambino che ancora abita dentro l’adulto oggi, quello cioè che un tempo bramava per attaccarsi al seno, quello che voleva essere tenuto, consolato, lasciato libero.

 

World Health Organization (2007) Evidence on the long-term effects of breastfeeding. Systematic reviews and meta-analyses.

Brain Palmer  “Apnea ostruttiva nel sonno e russamento: come prevenirli nell’infanzia”.

Allattamento materno : una goccia di saggezza, una grande opportunità. Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e studi sulla salute