mamma ebambino

L’importanza di recuperare la nostra attenzione su come si debba agire al fine di migliorare la salute è dimostrata dalla enorme quantità di genitori che si rivolgono al pediatra per le coliche dei neonati, altrimenti definibili come pianto inconsolabile. Il termine “pianto del neonato” è il più ricercato su internet per quanto riguarda le tematiche neonatali e il primo nelle richieste di consultazione pediatrica dai neogenitori, e di fatto sebbene non sia una condizione patologica, mina enormemente la tranquillità della vita quotidiana, comportando una serie di problematiche per l’allattamento al seno e per la gestione del sonno. È necessario fare chiarezza su alcuni aspetti come il fatto che l’alimentazione della madre, che passa attraverso il latte materno, non ha alcuna relazione con le coliche. Sebbene può capitare che certi alimenti possano talvolta disturbare il neonato, ciò non è correlabile con le coliche del neonato. In linea generale per la salute di mamma e bambino è sufficiente un alimentazione sana, ricca di verdure, frutta e cereali, possibilmente biologici, e un buon apporto di proteine fornite dai legumi, dalle uova, dai latticini (possibilmente a base di latte crudo), e talvolta carne per chi la consuma. Per capire i meccanismi che sottendono il fenomeno “coliche” è necessario comprendere il funzionamento del sistema gastroenterico, che è in grado di mostrarci gli straordinari meccanismi, che mettono in relazione emozioni, sistema neurovegetativo e immunitario. All’apparato gastroenterico recentemente è stato dato il simpatico appellativo di “secondo cervello” proprio ad indicare la sua sofisticata architettura e il suo ruolo nei tanti processi che coinvolgono anche il comportamento. L’apparato gastroenterico è quella parte attraverso cui il mondo esterno letteralmente ci penetra, vi sono presenti circa 50 differenti specie di batteri (alla faccia di chi pensa tanto alla pulizia!), e inoltre, cosa che non tutti sanno, vi si trovano anche ben 90 neuroni, ed è proprio grazie a questi che cervello e intestino sono sempre in connessione, e addirittura nella comunicazione tra i due il 90% dei messaggi parte dall’intestino verso il cervello e solo il 10% dal cervello all’intestino. Questo fantastico apparato funge così da ago della bilancia tra sistema immunitario e sistema nervoso, infatti oltre l’80% del sistema immunitario si trova nell’apparato gastroenterico.
Durante l’infanzia tutto questo complesso sistema è in costruzione, in modo particolare alla nascita e lungo tutto il primo anno di vita, l’intestino viene colonizzato da batteri che andranno a formare la base della flora intestinale che accompagnerà l’individuo. Più i batteri saranno molteplici e benefici (e quindi appartenenti al nucleo familiare in cui il bambino vive, non eccessivamente igienizzato) e più la flora intestinale e di conseguenza il sistema immunitario sarà forte. Già qui si può evidenziare uno dei tanti motivi per cui una nascita ecologica e l’allattamento al seno sono fattori determinanti un buon sistema di salute.
Ma c’è di più, l’apparato gastroenterico si forma anche in base ai comportamenti e alle emozioni che viviamo.
Ogni volta che proviamo ansia il nostro intestino produce istamina, una sostanza irritante che a sua volta attiva il sistema nervoso, il quale provoca crampi (primo sintomo). Questo “secondo cervello” ha una sua memoria, per cui se l’ansia non cala i sintomi si cronicizzano, e finiscono per presentarsi anche quando non vi è una causa evidente.
Ecco spiegato uno dei tanti meccanismi delle cosiddette “coliche dei neonati”.
Il neonato infatti che vive in profonda simbiosi con la madre, è connesso a lei con la mente e col corpo, anche attraverso la pelle lui avverte ansie e tensioni.
I crampi e il pianto inconsolabile possono essere il segnale di un meccanismo di questo tipo. Conoscendo la fisiologia, possiamo ora rispondere in maniera adeguata, e quindi la madre può chiedersi cosa può causare in lei questa tensione che non riesce a trovare via d’uscita. Una madre con un bambino appena nato è completamente coinvolta nell’accudirlo e può non essere molto lucida da vedere quello che accade intorno a lei e fare le giuste correlazioni, quando intorno a lei non vi sono le condizioni che facilitano l’accudimento. A volte la comparsa delle coliche coincide con la ripresa dei “normali” ritmi lavorativi del compagno o dei familiari che fino a quel momento erano stati di sostegno alla madre. Molto spesso ho potuto constatare che è bastato accogliere la madre, ascoltarla nelle sue preoccupazioni, nelle tensioni col partner, che già il “fenomeno coliche” scompariva come per magia, poiché parlando e trovando conforto ella recuperava anche la connessione col suo piccolo e la tranquillità di accudirlo. Certo non sempre tutto è così facile e immediato. Oggi molte donne e madri vivono senza il necessario supporto familiare e sociale la loro maternità e questo genera situazioni complesse da gestire.
Anche un parto non andato bene, dove si è dovuto ricorrere a una medicalizzazione di qualsiasi genere si tratta, o anche precedenti traumi prenatali, possono manifestarsi con la necessità del bambino di piangere e aggiungerei anche con la necessità della madre di piangere. Spesso è sufficiente che la madre si lasci andare al pianto che già la tensione scende e anche il bambino smette di piangere. Il pianto è un’ottima terapia sia per la madre e per il bambino, non serve sedarlo piuttosto dargli ampio spazio, non serve eliminare il pianto ma comprenderne le cause. Conoscere come funziona il nostro corpo e quello del nostro bambino, conoscere cosa realmente può generare un mal di pancia apparentemente senza cause, aiuta a riacquistare fiducia nelle proprie competenze, senza lasciarsi travolgere da teorie dell’ultimo momento.
Un altro punto sulle coliche che mi interessa toccare, è quello che i neonati hanno bisogno di un contatto corporeo continuo con la madre nei primi mesi e di muoversi con lei, solo così riescono a scaricare la grande energia che loro hanno e che non possono scaricare da soli; hanno, per così dire, bisogno di un movimento passivo : essere portati. Un neonato che passa molto tempo a dormire nella culla, può accumulare una quantità di energia tale che giunta la sera scarica col pianto. Quindi contatto e movimento, usando ad esempio una fascia specifica per portare il bambino, sono altri due ingredienti fondamentali per passare giorni sereni!

REFLUSSO GASTROESOFAGEO
Sempre più spesso mi arrivano all’orecchio (e sempre più anche in consultazione) casi di lattanti con reflusso gastroesofageo. Di fronte a quello che sembra essere un vero “fenomeno emergente” sono tante le soluzioni che i genitori mi raccontano di adottare, spesso più dannose che proficue come l’uso di farmaci, la sospensione dell’allattamento al seno o comunque un precoce divezzamento. L’esperienza che ho potuto maturare negli anni di lavoro a contatto con madri e lattanti e in ospedale pediatrico nel servizio di gastroenterologia mi ha fatto vedere chiaramente quanto spesso lo smarrimento ben comprensibile di genitori di fronte a un neonato che vomita spesso e in grandi quantità, che piange in concomitanza col nutrirsi, si incontri con la confusione di pratiche pediatriche del tutto discutibili, come la veloce diagnosi di “reflusso gastroesofageo” e la prescrizione di sciroppi non del tutto innocui.
Iniziamo allora a fare un po’ di chiarezza vedendo prima come si manifesta e si definisce il reflusso gastroesofageo e delineando poi un adeguato modo di affrontare la questione.
Il reflusso gastro-esofageo è la risalita nell’esofago del materiale acido proveniente dallo stomaco e si manifesta con rigurgiti frequenti di saliva, latte e muco dalla bocca. A livello meccanico è dovuto dal fatto che la valvola che separa l’esofago dallo stomaco non ha ancora un completo funzionamento (fatto del tutto fisiologico nei neonati). Il neonato rigurgita quando ha succhiato il latte, è irrequieto, piange.
La North American Society for Pediatric Gastroenterology and Nutrition pubblicando le linee guida per la valutazione e il trattamento del reflusso gastroesofageo nei lattanti e nei bambini ha distinto:
- il reflusso gastro-esofageo (RGE), definito come il passaggio del contenuto gastrico nell’esofago, con evidenza di vomito ricorrente o rigurgiti.
- la malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE), definita come sintomatologia e complicazioni da reflusso, con diversi tipi di manifestazioni cliniche associate a vomito ricorrente, quali esofagite (infiammazione dell’esofago), apnea, broncospasmo, perdita di peso. In particolare la perdita di peso è il fattore discriminante tra reflusso e malattia da reflusso (per perdita di peso non si intende né rallentamento né stasi della crescita che nei bambini allattati al seno possono essere del tutto normali e frequenti).
Per quanto dalla mia esperienza entrambe le condizioni hanno un’origine psicosomatica, vorrei soffermarmi però sulla prima condizione, la più diffusa.
Sempre seguendo le linee guide internazionali (purtroppo ignorate da molti pediatri!) di fronte ad un bambino che vomita spesso, se non vi è perdita di peso, ecco cosa fare (o meglio cosa non fare!) :
• non c’è alcun motivo di prescrivere un esame ecografico, si rischia così infatti di incorrere in molti falsi positivi in quanto la maggior parte dei neonati nei primi mesi hanno la valvola dell’esofago non del tutto formata (non per questo però vomitano). C’è quindi da capire cosa fa sì che alcuni vomitano e altri no.
• Non vi sono da somministrare farmaci.
• Non c’è assolutamente da sospendere l’allattamento al seno.
C’è piuttosto da confortare la madre che presto passerà.
Questo è quanto dicono le linee guida internazionali.
Perché allora non dire semplicemente “Signora suo figlio rigurgita” , fatto noto fin dai tempi antichi il rigurgito del lattante, invece di dire “Signora suo figlio ha il reflusso gastroesofageo” , che tuona come una condanna ad una malattia?! E sappiamo quanto le madri, soprattutto al primo figlio siano vulnerabili a simili possibilità. Ancora una volta si punta l’accento su ciò che non va, sulla malattia.

La realtà è che le madri si trovano spesso di fronte ad una diagnosi, all’uso di sciroppi (come il maloox) e a suggerimenti sbagliati come allungare lo spazio tra una poppata e l’altra, l’uso del ciuccio o ancor peggio la sospensione dell’allattamento materno a favore di quello artificiale. Molte madri finiscono per credere che il loro latte non sia ben digerito dal bambino. Niente di più falso! Il reflusso non ha niente a che vedere con la digestione! Tanto meno con una non digeribilità del latte materno!!

Veniamo ora a capire meglio perché certi neonati vomitano spesso e in gran quantità, perché ironia a parte, il fatto è che questi bambini oltre a vomitare presentano una forte irrequietezza, non dormono bene e spesso piangono.intanto possiamo dire che l’acidità dello stomaco aumenta se aumenta lo stress, e lo stress del neonato è associato a quello della madre, oppure al dover attendere troppo a lungo prima di essere allattato, oppure ad essere troppo a lungo distante dalla madre.
Come altre volte ho detto, tutti, e ancor più i neonati parlano attraverso il corpo. In particolare il periodo neonatale è quello più sensibile a questo tipo di linguaggio. Se c’è tensione, se la madre è stanca, nervosa, non sufficientemente sostenuta, il bambino ne risente immediatamente con coliche, irrequietezza e pianto. Quest’ultimo, il pianto, in particolare esprime tutto il malessere presente, ma anche passato. Attraverso il pianto il bambino può esprimere (“elaborare” quasi direi) traumi emotivi che riguardano la gravidanza o la nascita. È importante che la madre sia ben disposta ad accogliere il pianto del bambino ovviamente non lasciando piangere il bambino da solo nè pensando che il pianto sia normale piuttosto tenendo dolcemente il figlio tra le braccia e pensando, anzi sentendo, che lui sta esprimendo il proprio dolore.
Credo che ogni madre faccia, o almeno voglia fare sempre il meglio per il proprio figlio, ma nella nostra società capita spesso che le madri siano sole o non adeguatamente sostenute.
Spesso il reflusso si presenta in un bambino che ha avuto un parto traumatico, in questi casi ho potuto notare che è assolutamente efficace qualche seduta da un buon osteopata neonatale (per parto traumatico non necessariamente significa medicalizzato, è sufficiente che la fase espulsiva sia stata lunga).
Pensiamo che il reflusso è inesistente nelle società tradizionali dove le madri stanno a stretto contatto corporeo col bambino e lo allattano con alta frequenza!
Il reflusso qui da noi si associa per la maggior parte dei casi ha un modo errato di allattare.
A causa dello scarso sostegno sociale molte madri arrivano ad allattare e non hanno mai assistito a un modo fisiologico di allattare (ovvero praticamente col bambino sempre attaccato!). A ciò si aggiunge un contesto culturale dove la vicinanza corporea e la piena dedizione al bambino sono viste come “vizi” e “cattive abitudini da perdere”, dove le madri sono spinte (o comunque costrette per il fatto che sono sole) dopo il parto a riprendere presto le attività di prima, ad uscire, a pensare alla casa…..ma non è così che funzionano le cose e i nostri piccoli lo sanno bene.
Molte madri mi dicono che allattano a richiesta ma in realtà spesso osservo che non è così.
Se il bambino ha poppato da poco e si lamenta, vengano cercate alternative come distrazioni e dondolamenti, io dico che invece si dovrebbe di nuovo proporre il seno. Invece si lascia spesso trascorrere del tempo e quando poi si dà il seno, il bambino lo rifiuta, e noi ci convinciamo ancora di più che non è il seno quello che vuole, in un circolo vizioso che si autorinforza!
I neonati finiscono spesso col rifiutare il seno o col lamentarsi nell’attaccarsi se hanno dovuto attendere per averlo.
L’accudimento del bambino richiede la nostra totale dedizione soprattutto i primi tempi, ecco perché ad esempio l’uso della fascia porta bebè permette anche alle madri “indaffarate” di oggi di stare col proprio figlio mentre fanno anche qualche piccola mansione di casa.
Ecco allora cosa può essere utile :
• Sollevare lo stato emotivo della madre, far sì che possa dedicarsi pienamente al figlio, senza distrazione alcuna per almeno i primi tre mesi (parenti e amici invece che cullare il neonato dovrebbero lasciarlo con la madre e occuparsi loro delle faccende domestiche!)
• Allattare a richiesta (a richiesta vuol dire che il bambino i primi tre mesi si attacca anche ogni dieci minuti, ovvero fa col seno quello che purtroppo a noi sembra normale fare col ciuccio, succhiare e succhiare anche non necessariamente mangiando!). Se passa troppo tempo tra una poppata e l’altra, il bambino giunge al seno affamato e succhia con voracità, facilitando così il vomito. Il pianto è un segnalo tardivo, il bambino non deve arrivare a piangere per attaccarsi al seno.
• Non usare ciucci e biberon ( ogni volta che un bambino succhia il ciuccio quello sarebbe dovuto essere a livello fisiologico un momento in cui avere il seno in bocca!)
• Tenere il neonato a stretto contatto corporeo per la quasi totalità del tempo almeno i primi tre mesi
• Prediligere la posizione verticale del bambino tipica dei bambini portati in braccio, piuttosto che quella sdraiata nella culla.
• Fare qualche seduta da un osteopatia