”Il modo in cui il bambino è accudito dal punto di vista fisico (handling) assieme all’atteggiamento corporeo assunto dalla madre quando lo tiene in braccio (holding) favoriscono l’integrazione psicosomatica, lo sviluppo di un Sé allo stesso tempo sia fisico che psichico”
(Winnicott, 1965)

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Il concetto di “integrazione psicosomatica” formulato da Winnicott, ci offre egregiamente l’idea di come lo stato di salute si formi a partire proprio dalla forma di accudimento che la madre dà al bambino. Ci fa sentire come ciò non sia solo una semplice questione di pratiche o teorie in cui incanalare il proprio esser madre, ma bensì come il tutto si percepisca a livello sensoriale, epidermico in quel modo di “tenere in braccio” che la madre della foto che ho qui scelto ci comunica così bene, una fierezza, una sicurezza nel “maneggiare” il bambino che richiamano aspetti ancestrali presenti in ogni madre. Il livello culturale oggi raggiunto, sebbene ci sia servito a crescere e sotto molti aspetti a migliorarci come società, ci ha dall’altro troppo spesso allontanati da un sapere antico. Sono molte la madri oggi che temono di non sapere come accudire il proprio bambino o che cercano risposte dagli operatori della salute, rese sempre più insicure dalle mille pressioni sociali e culturali. Un effetto sortito da tutto ciò ad esempio è la pratica di allontanare il bambino dalla madre, o dal metterla in guardia dal tenerlo troppo in braccio. Il contatto corporeo ha assunto i toni del “vizio”, allattare il bambino a lungo è viziarlo e impedire di renderlo autonomo, condividere il sonno col bambino è viziarlo e mina l’intimità della coppia, rispondere tempestivamente al pianto del bambino è viziarlo e far sì che ricorra a questa strategia ogni volta che vuole attenzione. Insomma secondo la nostra cultura, il bambino è percepito come uno scaltro, uno che se non stai attento ti frega. Tutto ciò sta avendo conseguenze enormi e preoccupanti nello sviluppo infantile. Da una parte assistiamo a una continua celebrazione del corpo come immagine perfetta di copertina, come richiamo sessuale, con “must” ben precisi a cui uomini e donne devono adattarsi pena l’esclusione da un certo cliché socialmente ben accolto, dall’altra la distanza tra i corpi si fa sempre più abissale e i riferimenti a una corporeità materna, fatta di tenerezza, di contatto profondo col corpo del bambino sono del tutto deficitari. Le conseguenze di una mente e di un corpo che non si contengono reciprocamente e non contengono sono visibili nelle sempre più numerose sindromi di cui lattanti e bambini sembrano affetti: a partire dai primi mesi con le famose “coliche dei lattanti”, i “reflussi gastroesofagei”, continuando dopo con disturbi del sonno, mal di pancia ricorrenti, arrivando all’età scolare coi sempre più diffusi e chiacchierati “disturbi da deficit di attenzione e iperattività”. Addirittura le coliche e i reflussi vengono considerati oggi dai pediatri “fisiologici” tanta è la loro diffusione e la difficoltà di inquadrarli da un punto di vista medico, non sono infatti malattie e non sembrano esservi interventi medici risolutivi. L’esperienza primaria di relazione tra madre e bambino, e la sua importanza nello sviluppo dell’individuo non è sufficientemente tutelata nella nostra società. La difficoltà di gestire la genitorialità da un lato, e di raggiungere l’autonomia da parte dei figli dall’altro, a cui assistiamo oggi, ha fatto sì di spostare sempre più precocemente la separazione corporea madre-bambino a favore di sostituti materni dalla nursery, alla culla, agli asili nido. L’uso del ciuccio e dei biberon sembra caldamente raccomandato come se il seno della madre non potesse concedere al bambino tutto il soddisfacimento orale che richiede ma solo quello alimentare. Un allattamento al seno a richiesta del bambino e prolungato sebbene caldeggiato anche dalle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (che lo consiglia fino a due anni e oltre) è di fatto scoraggiato e non facilitato a livello sociale. Anche numerosi psicologi, contravvenendo alle stesse indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, indicano l’anno di età come più che sufficiente per smettere di allattare. Sicuramente la scelta spetta solo e esclusivamente alla madre, e nessuna madre si deve sentire spinta ad allattare contro il suo volere, ma questo non toglie a nessun professionista o operatore della salute o isituzione il dovere di non fornire tutte le informazioni e il sostegno necessari per poter allattare il più a lungo possibile. Pensiamo solo a titolo esemplificativo come anche l’uso di certi termini sia la testimonianza di un certo retaggio culturale : la parola “svezzamento” usata per descrivere il momento in cui si introducono nell’alimentazione del bambino nuovi cibi oltre al latte materno, significa letteralmente “togliere il vezzo, ossia il vizio” a richiamare come l’esperienza corporea dell’allattamento, caratterizzata da un certo grado di piacere orale, sia di fatto considerata un vizio, ossia qualcosa in grado di corrompere l’anima e il corpo del bambino. Vorrei richiamare qui le parole di un importante psicoanalista Michel Balint (1952), che nel suo testo “L’amore primario” ci ricorda la tendenza primaria del bambino ad “essere amato, dovunque, in tutto il corpo, in tutto l’ essere, senza la minima critica, senza il minimo sforzo da parte sua”(ivi pag.86). Ci parla di come la relazione madre-.bambino abbia un “fondamento biologico” che troppo spesso viene interrotto precocemente nelle società civilizzate. “I primati trascorrono i primi mesi di vita extrauterina aggrappandosi al corpo della madre, il piccolo dell’uomo viene separato (..) troppo presto e con forza. Il bambino nutre sempre il desiderio di continuare a vivere come una componente dell’unità madre-bambino (unità duale); poiché questo desiderio viene frustrato dalla realtà, almeno per quanto riguarda la nostra civiltà, egli sviluppa una serie di sintomi istintuali sostituitivi”. La relazione primaria con la madre per Balint (1952) ha un “fondamento biologico” che segna “l’interdipendenza tra madre e figlio (…), hanno al tempo stesso bisogno l’uno dell’altra: veramente ciò che va bene per l’una deve andar bene anche per l’altro.” E continua : ”Questo intimo rapporto viene troppo presto interrotto dalla civiltà. Conseguenze di questa separazione precoce sono tra le altre, la nota tendenza ad aggrapparsi, lo scontento generale, e l’avidità insaziabile dei nostri bambini”.
La riscoperta dei bisogni primari del bambino che si realizzano soprattutto attraverso una certa forma di accudimento che prevede una prossimità fisica e mentale i primi anni di vita, è alla base dell’integrazione psicosomatica e quindi alla base di un sano sviluppo del bambino. Sicuramente oggi molti genitori non sono nella condizione sociale e lavorativa di poter stare quotidianamente, per la maggior parte del tempo, coi propri figli. Ma se vi debbano essere delle politiche che vadano nel senso della costruzione della salute, come questo spazio si augura, esse non devono certo andare nella direzione di aumentare gli asili nido e l’entrata sempre più precoce dei bambini nei nidi, bensì nel garantire maternità più lunghe e congedi parentali più elastici. Non vorrei che una madre lavoratrice a tempo pieno si sentisse in colpa nel leggere queste pagine, vorrei solo che si prendesse coscienza di ciò che serve per crescere bene. Qualora una madre non fosse nella condizione di offrire la maggior parte del suo tempo al bambino in crescita, è comunque bene essere chiari con se stessi e col bambino che si ricorre al nido perché si è fatto una certa scelta e non si può fare altrimenti e non con motivazioni del tipo che “al bambino serve il nido per socializzare”. La socializzazione attiva riguarda il bambino dopo i due anni e mezzo e comunque sarebbe opportuno una socialità in cui li bambino è accompagnato da una figura di riferimento importante come la madre o il padre, in grado di filtrare e rielaborare ciò che arriva dal mondo.
La presenza attiva di un padre e di una madre amorevoli, rivolti alla società con apertura e interesse, dediti all’esplorazione della vita con entusiasmo sono una fonte vitale di crescita e integrazione psicosomatica per il bambino, irrinunciabile, pena la sua salute.

Ornella Piccini