Studio e lavoro da oltre 10 anni nell’ambito della psicoanalisi. Ogni giorno aumenta la passione, la ricerca, lo stupore grazie alle tante persone che condividono con me le loro storie, i loro dolori. La psicoanalisi ha una storia controversa e tormentata, ma anche molto interessante, ed è comunque una terapia nata in fondo a un secolo “maledetto” per l’infanzia. Ma devo constatare che ancora molti ignorano la psicoanalisi e l’idea ricorrente è Psicoanalisi = Freud = complesso di Edipo, e qualcuno che analizza mentalmente ogni tuo pensiero e azione dandone ardite interpretazioni. Vorrei solo dire che non è così.
Vorrei solo dire che da oltre 40 anni il Complesso di Edipo è stato superato dal Complesso di Laio (ovvero è il padre che ha un problema da risolvere…) , di cui molti psicoanalisti hanno scritto, la salute mentale e fisica dipende dalla relazione con la madre.
È per questo che buona parte della psicoanalisi non cura più col ricordo o con l’analisi di ciò che hai fatto nella vita e neanche solo con il rilascio emotivo bensì cura con la relazione.
Mi piacerebbe far conoscere meglio tutto ciò.
È la relazione che cura, non tecniche regressive, non razionali discorsi, né sfoghi emozionali.
Certo nella stanza si piange, si urla, si ride, si parla a volte anche insieme al terapeuta, ma la cura non è qualcosa che arriva a fare la persona da sola, non serve solo sfogare le proprie rabbie e paure come si fosse un sistema idraulico che una volta sfogato ha risolto.
I nostri traumi, vissuti alla nascita, nell’infanzia sono tali non solo per gli eventi in sé che li hanno generati, ma anche perché sono stati ripetuti nei giorni, nei mesi, negli anni della nostra crescita, in quel modo di essere visti, nelle parole sottili e sottintese che abbiamo ricevuto, negli schemi comportamentali visti e ripetuti per anni. Non è sufficiente sfogare un pianto o una rabbia (sebbene aimè che bel sollievo poter piangere!). è capire come quel trauma si insinua nei modi di fare che abbiamo ad esempio col nostro compagno, o con le persone che incontriamo.
La cura è una persona che ti aspetta, che si ricorda di te, di tutto quello che dici, una persona che crede in te per quello che sei, per quello che non accetti, una persona che non si considera “risolta” e sana ma che ogni volta con te sente e rivive i suoi e i tuoi traumi.
Una persona che insieme a te può aver paura, può provare dolore, può gioire. Insieme. Non tu che provi e io bravo che ti permetto di provare.
La relazione ci ha ammalato, la relazione ci cura.
Una relazione costante, continuativa e profonda ci ha ammalato, una relazione costante, continuativa e profonda ci cura.
È sperimentare un modo unico e diverso di stare in relazione in cui tu finalmente puoi essere ciò che eri e che sei.
E infatti spesso sono proprio le relazioni che abbiamo, la conferma del tutto : restare legati a qualcuno che non ci ama come vorremmo, non riuscire a superare un conflitto con un figlio nonostante tutto, cercare di avere da chi non ci vuol dare, oppure adattarsi alla situazione che abbiamo.
Capisci di fare una buona terapia quando la tua vita cambia davvero, ti senti amato come vorresti, ti senti libero di essere e fare.
Perché ci vuole tempo? Perché la relazione con la madre ha bisogno di tempo, fidarsi richiede tempo, conoscersi richiede tempo.
Certo ciò avviene anche attraverso il parlare ma non è un parlare razionale ma una narrazione. Come gli indiani nel tepee riscoprire la bellezza e la magia del raccontarsi, scoprire pian piano eventi, luoghi, voci che ci hanno abitato e accompagnato.
Echi da lontano. Sogni. Percezioni visive e sensoriali.
Vi sono molti modi di curarsi e di sentire i propri dolori diverso da quello che propone la psicoanalisi, ma io oggi voglio parlavi di questa certosina, lenta, paziente opera di ricucire e rimettere insieme i pezzi, che richiede tempo, arte, attesa, ascolto, perché credo che sia troppo sconosciuta ai molti. Non conviene parlarne. E’ difficile stare nell’attesa e nel dolore. Meglio pensare che la psicoanalisi sia quell’insieme di masturbazioni mentali in cui il primo incriminato è il bambino perverso polimorfo, la psicoanalisi degli ultimi 40 anni non viene diffusa perché è scomoda, non offre tempi rapidi o fine settimana full immersion, ma accompagna silenziosamente e tesse con te significati nuovi.

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