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In questo spazio, particolarmente delicato, voglio affrontare una tematica che ho avuto modo di toccare con mano nel mio lavoro, accanto alle donne, di accompagnamento alla nascita e alla maternità, ossia quello dell’abuso sessuale. Sempre più frequentemente infatti di fronte alle molteplici difficoltà che numerose donne incontrano nel divenire madri, come paure, ansie, angoscie rispetto al proprio corpo in trasformazione e pienamente coinvolto nell’accogliere un nuovo essere, trovo vissuti di abuso o molestie sul piano sessuale. Abusi reali con violenza fisica, abusi a volte più subdoli, giocati nel delicato confine tra seduzione e sottomissione.
Andando a spulciare dati e studi riguardo ciò non stupisce affatto.

Alcune cifre, solo approssimative e sicuramente sottostimate, sull’abuso sessuale ci provengono dall’Istat che nel 2006 ha condotto la prima indagine nazionale sulla violenza sulle donne intervistando per via telefonica 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni. Ecco alcuni dati. L’Istat stima in 6 milioni e 743 mila le donne che, almeno una volta nella vita, sono state vittime di violenza, fisica o sessuale, cioè il 31,9% della popolazione femminile; considerando il solo stupro la percentuale è del 4,8% (oltre un milione di donne). Se guardiamo alle donne che hanno subito o subiscono violenza psicologica la stima sale ad oltre 7 milioni. Il 6,6% del totale della popolazione femminile da 16 a 70 anni ha subito forme di violenza sessuale prima dei 16 anni. In un caso su quattro la violenza è perpetrata da un conoscente.
Tutto ciò purtroppo ci dice che i numeri sono senza dubbio superiori.

Il momento in cui una donna si prepara ad avere un figlio, accogliendolo e crescendolo prima nel suo ventre e poi tra le sue braccia è un momento importante e delicatissimo ancor più in quei casi in cui una donna ha subito una qualsiasi forma di violenza sessuale. La relazione col proprio corpo, la capacità di percepirlo come integro, fecondo e accogliente, può infatti essere terribilmente toccata e disturbata. La maternità, così intrinsecamente corporea ed emozionale al contempo, può aprire la strada ad una trasformazione e ad una guarigione del proprio corpo, vissuto talvolta per la prima volta come fonte di vita, creazione e accudimento piuttosto che come oggetto di attenzione e soddisfacimento sessuale. Perché ciò avvenga è fondamentale che la donna abbia trovato il modo e il tempo per sentire, elaborare e trasformare il dolore provocato dall’abuso. Questo perché accogliere un figlio, è sostanzialmente lasciarsi abitare, lasciarsi andare, dedicarsi, e questo, in caso di abuso, può risvegliare nella donna il senso di sentirsi invasa, occupata dal bambino, non percependo così la disponibilità all’accudimento soprattutto sul piano corporeo. Ci sono donne che riescono in questo percorso con un profondo lavoro interiore tessuto anche da sole nel contatto col proprio bambino e col proprio corpo che si trasforma durante la gravidanza e che alla fine si apre alla vita permettendo al bambino di nascere. Per altre donne il dolore, la vergogna e il silenzio accumulati negli anni sono così grandi, che può non essere possibile riuscirvi da sole. La maternità è un momento delicato proprio per il profondo coinvolgimento corporeo che prevede, coinvolgimento che trova il suo apice al momento del parto, quando è necessario, anche attraverso un dolore corporeo, aprire la propria “alcova” (utero e vagina) e permettere il passaggio del bambino. In queste circostanze è ancor più importante che gli operatori che accompagnano la donna sappiano usare tutta la delicatezza, l’attenzione e l’amorevolezza necessari perché la donna non si senta di nuovo abusata. Di fatto l’operato di ginecologi e ostetrici fatto di frequenti (quanto spesso inutili) ispezioni vaginali, ricorsi a episiotomie* (considerata dalle ultime indagine troppo frequente in Italia), e la presenza di un numeroso staff al momento del parto (quando di fatto viene indicata la maggiore intimità possibile), sono tutti fattori che possono acuire (talvolta inconsciamente) profondamente la “ferita” sia corporea che psicologica della donna, traumatizzandola di nuovo. Ovviamente il personale medico lavora nella buona fede di fare ciò che è necessario per assicurarsi che nessun rischio di salute sia corso. Per la donna però, nonostante le buone intenzioni, ciò può avere conseguenze devastanti nel costituire la sua identità di madre, che prima di tutto i primi mesi, è coinvolta intensamente sul piano corporeo col bambino. La possibilità di vivere il momento del parto come un nuovo abuso può minare seriamente l’integrità della relazione col bambino, manifestandosi anche con difficoltà ad allattarlo e accudirlo con una prossimità fisica dedita e amorevole. La donna, sempre ma ancor più in casi di abuso sessuale, ha bisogno di essere sostenuta e accompagnata nel profondo percorso di riscoperta del proprio corpo e del bambino. Offrire questa possibilità di elaborazione, permette alla maternità di essere un’occasione irripetibile di guarigione che apre la strada ad una capacità di amare ancora più ampia e profonda. Talune volte ciò che viene comunemente chiamata “depressione post-partuum” può essere e divenire una forma maliconica e struggente di elaborazione del dolore, e quindi un’opportunità più che una malattia, la donna deve non essere lasciata sola nell’accudimento del bambino, ma sostenuta, accompagnata, col saper fare ed essere proprio di chi conosce queste dinamiche e le facilita. Il ricorso piuttosto frequente oggi all’uso di psicofarmaci, con conseguente interruzione dell’allattamento, diviene spesso una rapida modalità di porre rimedio allo stato depressivo che però crea una frattura talvolta profonda nella relazione madre-bambino, perdendo la preziosa opportunità che anche l’allattamento offre di elaborare traumi e ferite del proprio periodo primario.
Per quanto so quanto sia difficile toccare queste tematiche senza rischiare di essere più dannosi e invasivi che altro, invito chiunque abbia avuto un’esperienza simile a contattarmi e scrivermi nella completa riservatezza, in quanto la condivisione e il poterne parlare sono punti di partenza importanti verso il recupero della propria integrità. Puoi scrivere a info@costruirelasalute.it

Ornella Piccini

* L’episiotomia è una operazione chirurgica che consiste nell’incisione chirurgica (tomia) del perineo (epíseion, regione pubica),[1] lateralmente alla vagina, per allargare il canale del parto (la vagina), e che viene attuata a volte per la sua presunta capacità di ridurre le lacerazioni, e la possibile incontinenza fecale e urinaria dovute al parto.Di questo però non vi sono prove scientifiche. Al contrario i risultati delle ultime ricerche indicano che contenere il ricorso all’episiotomia presenta benefici. L’incisione può essere effettuata
lungo la linea mediana, ovvero dalla estremità inferiore della vulva verso l’ano, oppure con un certo angolo rispetto ad essa. Viene praticata sotto anestesia locale e suturata ben stretta dopo il parto. L’episiotomia è ancora oggi una delle più comuni procedure mediche a cui sono sottoposte le donne e, nonostante un suo utilizzo di routine nei parti sia nettamente diminuito negli ultimi decenni, è ancora largamente praticata. Le conseguenze che può portare anche sul piano sessuale, come dolore al momento della ripresa dei rapporti sessuali, ha portato alcuni studiosi a considerarla una forma silente di mutilazione genitale.

Bibliografia
Duden B. “Il corpo della donna come luogo pubblico” Bollati Boringhieri
Maurer W. “La prima ferita” Terra Nuova Ed.