VADEMECUM PER PARTORIRE IN OSPEDALE

Nella mia vita ho partorito tre volte, la prima volta in ospedale, dopodiché ho scelto per gli altri due parti di restarmene tranquilla a casa, col mio compagno e padre dei miei figli, avendo avuto la netta sensazione che l’ospedale avesse complicato e non facilitato il mio primo parto. Da anni promuovo la nascita fisiologica, il parto in casa e il rispetto per le scelte e soprattutto il corpo della donna, detto questo credo e so che l’assistenza medica è una grande risorsa che ha permesso in molti casi alle donne di non morire di parto e che ogni donna può avere bisogno, suo malgrado, di andare in ospedale a partorire. La realtà ci dice che la maggior parte delle donne partoriscono in ospedale, per cui ritengo che accanto alla promozione del parto in casa, della nascita fisiologica ecc..si debba mettere anche la tutela delle donne che vanno in ospedale sia per scelta sia per necessità (perché ad esempio c’è qualche impedimento al parto in casa). Fino a che le donne rischiano di essere totalmente in mano alle scelte e al libero arbitrio del personale sanitario che le accoglie in ospedale, non si può parlare di libera scelta, insomma vorrei poter ricorrere all’ospedale se ne ho bisogno senza aver paura di andare al macello o di veder vanificati tutti i miei desideri di accogliere mio figlio nel rispetto. Ecco allora che dopo anni di esperienza accanto alle donne, ho pensato di scrivere alcune indicazioni che derivano non solo dallo studio e dall’informazione ma soprattutto dalle esperienze reali che ho vissuto e che mi hanno raccontato. Non si tratta proprio di un “piano del parto” che trovo utile ma a volte limitante visto che come dico io “il parto non si pianifica, si vive”, ma potrebbe trattarsi di un foglio firmato in cui esprimiamo ciò che vogliamo e ciò non vogliamo sia fatto. Di fronte a questo nessuno può opporsi. Ovviamente non deve contenere dichiarazioni generali tipo “voglio un parto naturale” oppure “ non voglio ricevere nessun intervento” perché non solo non è specifico ma molte donne avrebbero paura a scrivere qualcosa del genere per paura in caso di pericolo di non essere assistite come necessario.
1) Essere agguerriti non porta a niente, se non alla guerra. Inizio dicendo che l’informazione aiuta senz’altro le donne a scegliere meglio e a tutelarsi ma non è pensabile che una donna in travaglio possa andare in ospedale e lottare per i propri diritti e per le proprie scelte, senza rischiare di trovarsi con un travaglio interrotto o rallentato, intendo dire che la lotta prevede energie e uso del raziocinio cosa che durante il travaglio la donna dovrebbe abbandonare. La donna durante il travaglio dovrebbe pensare solo a se stessa e a sentire il suo corpo. Molte donne che sono andate in ospedale agguerrite mi hanno poi raccontato di essersi arrese, con la conseguenza di essersi addirittura sentite in colpa per non essere riuscite a difendere se stesse e il bambino. Ancora una volta cade tutto sulla donna, ingiustamente. Una soluzione è quella di scegliere una doula o una ostetrica che ci accompagni e con la quale abbiamo concordato ciò che vogliamo e non vogliamo fare e/o ricevere. È anche importante che questa persona abbia dimestichezza con l’ambiente medico, che non si lasci intimorire ma sia anche sorridente e pacifica, essere indisposti verso il personale sanitario non fa altro che rendere loro indisposti. Non trovo giusto che sia il padre ad avere questo compito perché anche lui è molto provato emotivamente e potrebbe non avere la forza o la lucidità per seguire il tutto. Se scegliamo un’ostetrica per il parto in casa dovremo comunque accordarci con lei anche su come comportarsi in caso di trasferimento in ospedale, e quindi non solo che lei non ci lasci sole in ospedale ma anche in cosa e come deve proteggerci.
2) Scegliere una struttura dove promuovano il parto naturale non è sufficiente a garantirsi il rispetto. Mi spiego. Il fatto che in una struttura ci sia la vasca per il parto in acqua, il rooming-in, ecc…sono sicuramenti aspetti positivi ma noi abbiamo bisogno di scendere nel dettaglio. Se il travaglio rallenta cosa fanno solitamente? Bene ve lo dico io, solitamente propongono massaggi, vasche, posizioni. Ciò non è detto che sia la soluzione giusta. Se ci ricordiamo che il travaglio è un processo involontario capiamo bene che fare cose per farlo ripartire può essere inutile o addirittura dannoso. Noi invece dovremmo arrivare e sul nostro fogliolino sarebbe buono ci fosse scritto che la prima cosa che vogliamo se il nostro travaglio rallenta, è essere lasciate almeno per un’ora sole (i tempi in ospedale sono veloci, più tempo forse non ce lo lascerebbero!!), con luce soffusa, in silenzio e in pace, che noi sappiamo benissimo di poter disporre di vasca e massaggi ecc..e che se ne abbiamo bisogno li chiediamo. Non si tratta di non ricorrere a “aiuti” tipo un bel bagno in vasca distensivo, si tratta solo di lasciare che siamo noi a cercarlo e non altri a proporlo. Molte donne, anche quelle che hanno scelto l’epidurale 8 e quindi non proprio un parto fisiologico), si lamentano di essere state troppo sollecitate da consigli, posizioni, visite, che il loro unico desiderio era essere un po’ (non tanto, un po’) lasciate in pace.
3) Delegare domande e richieste alla persona che ci accompagna. Noi dovremo tutelarci dalle domande e da tutto ciò che stimola la nostra neocorteccia, una donna che arriva in ospedale a travaglio iniziato non può trovarsi a rispondere a domande del tipo come si chiama, titolo di studio ecc.. anche qui deleghiamo il tutto alla nostra persona di fiducia che si sarà occupata di raccogliere prima tutti i nostri dati. Lo stesso vale per i famosi cambi di turno dove improvvisamente arriva una nuova ostetrica a fare mille domande, la nostra doula o ostetrica sarà pronta a rispondere al nostro posto.
4) Rifiutare ossitocina sintetica e qualsiasi manovra meccanica tipo Kristeller (spinta sulla pancia della donna per far uscire il bambino) o ventosa. Questa è una cosa che va fatta prima. In ospedale molto spesso queste cose vengono presentate come “adesso le diamo un aiutino” e non con il loro nome reale. Io sono dell’idea che se davvero un travaglio non procede neanche con le migliori condizioni è meglio optare per un cesareo piuttosto che farsi ore di ossitocina o ricevere una Kristeller o una ventosa che sono in assoluto le modalità di nascere più traumatiche sia per la mamma che per il bambino. Ovviamente è la donna a scegliere, ma informatevi bene su queste pratiche perché sono davvero dolorose e pericolose.
5) Fare attenzione al falso travaglio. Molte donne arrivano in ospedale alle prime contrazioni importanti e sebbene vi sia già una certa dilatazione ciò non ci dice che il travaglio effettivo sia partito. Il travaglio vero lo si riconosce perché la donna cambia, sembra su un altro pianeta, ansima molto e non parla quasi più. Anche se viene consigliato di andare in ospedale il più tardi possibile, nessuno può scegliere al posto della donna quando andare in ospedale, se la donna a casa non si sente tranquilla può essere anche auspicabile che lei vada in ospedale presto e cerchi di ambientarsi lì, di creare lì la sua tana. L’OMS ha visto che fare parte del travaglio a casa con una doula e andare più tardi migliora gli esiti del parto. Una volta ho accompagnato una donna in ospedale la mattina presto. Alle quattro del pomeriggio gli hanno proposto ossitocina sintetica perché secondo loro il travaglio non procedeva (era a 4 cm di dilatazione), chiedendo di firmare un foglio col consenso informato che diceva “intervento per migliorare il benessere materno-fetale, lei non aveva neanche capito che si trattasse di ossitocina. Ho parlato fuori dalla stanza coi medici spiegando loro che è vero che lei era lì dalla mattina, ma fino alle due del pomeriggio lei passeggiava, sistemava la borsa, si è fatta una doccia, parlava, per cui non era davvero in travaglio, non potevano far risalire il travaglio solo dall’ora dell’arrivo in ospedale, e se valutavamo il travaglio da quando lei veramente era partita, si trattava di appena due ore. Nel frattempo che parlavamo lei è rimasta sola circa 30 minuti, siamo rientrati, l’hanno visitata ed era a 8 cm. In solo mezz’ora da sola aveva fatto un bel pezzo, lei aveva comunque già firmato quel foglio e quindi loro hanno iniziato a preparare l’ossitocina. Ho chiesto loro che bisogno c’era e mi hanno risposto “ormai ha firmato, vuol dire che è d’accordo”.
5) Rifiutare l’episiotomia (taglio della parte inferiore della vagina che viene effettuato nella fase espulsiva, quasi sempre senza dirlo alla donna). Un bambino che nasce con un riflesso di eiezione del feto solitamente non lacera la mamma, anche nel caso in cui ci dovesse essere il rischio che il bambino laceri la madre, solitamente la lacerazione spontanea è ben più piccola dell’episiotomia e ha conseguenze meno gravi. Recentemente è uscito un documento secondo cui ci sono troppe episiotomie in sala parto e le donne hanno conseguenze a lungo termine per questa pratica soprattutto sul piano della sessualità.
6) Chiedere che vorremo essere noi ad accogliere il nostro bambino con le nostre mani. Questo è il punto su cui probabilmente non solo molti medici ma anche molte donne potranno essere perplesse. La nostra cultura ci ha ormai fatto credere che non siamo in grado di farlo da sole, che magari ci casca in terra ecc..ma quello è in assoluto il gesto più ancestrale e potente di ogni madre. Non abbiate paura a chiederlo, vi accorgerete non solo che è la cosa più immediata che fa ogni donna se chi è presente indietreggia un attimo, ma è un gesto che vi darà un senso di completezza e competenze uniche.
7) Abbiate fiducia nella vita e nel mondo. La maggior parte delle persone che lavorano in ospedale sono lì per fare del bene e per aiutarci (è vero qualche stronzo c’è anche lì come dappertutto), se disturbano noi e il nostro parto spesso è solo perché non hanno conosciuto altro modo di fare, di nascere, di essere, potremo essere noi con la nostra presenza, fermezza e solarità a mostrargli che un altro modo è possibile. È difficile ma è possibile. Mi riferisco a quelle donne che ad esempio hanno avuto il coraggio di chiedere una nascita lotus ossia un parto senza recidere il cordone, lasciando bambino e placenta connessi, e ci sono riuscite. Queste donne hanno cambiato in alcuni casi la vita di qualche ostetrica e di tutto l’ospedale che da allora hanno aperto la struttura a questa pratica e hanno addirittura ringraziato la madre di avergli fatto provare questa esperienza. Utopia? No realtà, è successo, è successo i Italia, addirittura anche ad Empoli, perché non pensare che può succedere anche voi.
8) Non vi accontentate. Chiedete tutto quello che volete e non vi arrendete prima di poterlo ottenere, pensate seriamente ad una doula, a una amica con esperienza o una buona ostetrica che vi accompagni, è un investimento che vi ricorderete per tutta la vita!! Non affrontate il parto con superficiale fatalità, sentitevi artefici competenti e potenti.

Ornella Piccini

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