Il periodo che va dal concepimento ai primi anni di vita è fondamentale per la costruzione della salute fisica, psichica ed emotiva
COSTRUIRE LA SALUTE
IL PERIODO CHE VA DAL CONCEPIMENTO AI PRIMI ANNI DI VITA È FONDAMENTALE PER LA COSTRUZIONE DELLA SALUTE FISICA, PSICHICA ED EMOTIVA
IL PERIODO CHE VA DAL CONCEPIMENTO AI PRIMI ANNI DI VITA È FONDAMENTALE PER LA COSTRUZIONE DELLA SALUTE FISICA, PSICHICA ED EMOTIVA

Il pianto del neonato: quello che non si dice

“Infant crying” o pianto inconsolabile è la prima parola digitata sui motori di ricerca dai neo genitori. E via a tutte le possibili soluzioni, motivazioni ecc.. coliche, girate in macchina alle due di notte, sondini per espellere il gas, uso del phono, tante ne ho sentite. Nascendo questo spazio dal desiderio di contribuire a migliorare il benessere di mamma e bambino e di tutta la famiglia, penso sia molto importante fornire un’informazione ampia e comprensibile affinchè ogni madre e padre possano trovare la propria strada verso la competenza, e spero che un giorno la prima parola sia “gioia”!

Il pianto è una modalità forte e diretta che il bambino ha per segnalare un disagio, ma non è l’unica. Il bambino comunica anche quando è rilassato, placido, quando sorride, quando si addormenta spontaneamente. È il suo corpo il mezzo di comunicazione privilegiato che offre ai genitori molteplici segnali e indicatori del suo benessere.

Uno dei primi segnali che il bambino comunica attraverso il pianto è il bisogno di contatto, un bisogno che è totale i primi mesi di vita e che mette a dura prova la mamma perché davvero è un contatto pelle a pelle continuo. Questo bisogno viene però costantemente frainteso perché si tende a pensare che sia un bisogno del bambino da “educare” o “arginare” e non si valuta invece che il contatto non è importante solo per il piacere del bambino o perché egli sia un “tenero bisognoso” di cure, ma soprattutto perché tutti i meccanismi fisiologici di base si regolano e avvengono attraverso la comunicazione col corpo della madre, da ciò dipende la sopravvivenza. Il corpo è un sapiente e primario strumento di regolazione fisiologica.  Diventa per cui un bisogno attraverso cui si costruisce e si regola la relazione con la madre, e che tutela la salute di entrambi. Pensate che è stato visto che esiste una comunicazione tra la saliva del bambino e i recettori presenti sul seno della madre, per cui durante l’allattamento la saliva del bambino comunica la presenza di batteri o virus in eccesso, quando il bambino ha la febbre ad esempio, e nelle ore successive la madre produce nel latte materno gli anticorpi specifici che servono al bambino! Una intelligenza straordinaria tutta al naturale! Questo è uno dei motivi per cui i bambini quando non stanno bene si attaccano al seno con più frequenza.

Ma ciò che non si dice è che accade spesso che nonostante tutta la buona intenzione della madre di tenere il bambino a contatto, il bambino sembra reagire negativamente e inizia a piangere inconsolabilmente. La situazione a volte, ma non sempre, “migliora” con l’arrivo di qualcuno che prende il bambino al posto della madre. Questo genera un circolo vizioso di sconforto nella madre che crede di essere proprio lei la responsabile del pianto, e a volte la relazione tra i due può essere in pericolo. I bambini sentono sulla pelle e nel corpo tutto ciò che accade intorno, la loro grande cassa di risonanza non deve essere vissuta con sensi di colpa (agisco, sbaglio e mio figlio mi punisce), piuttosto come una grande occasione e unica opportunità di trasformare molte questioni che nella nostra vita non vanno.  I bambini vengono al mondo con una grande spinta a vivere e crescere in salute e in serenità, tutto ciò che può ostacolare la spettacolare riuscita di un’esistenza viene sapientemente segnalato dal bambino. Nei primi tre anni di vita la madre è l’alcova dove tutto ciò accade.  E deve tenere un canale di comunicazione profonda aperto per poter “leggere” i segnali.

Ecco che a volte succede che alcune madri non riescono a tenere il loro cucciolo nella fascia a contatto col corpo, egli si inarca, si rifiuta di stare in braccio, non si calma, la madre allora pensa “vedi non è bisogno di contatto”, allora lo mette giù nella culla oppure lo dà ad altri da cullare ed ecco il bambino si calma, oppure no, ma comunque ella si convince che non sia una questione di contatto. La madre allora pensa che forse non tutti i neonati sono fatti per stare in braccio, il suo non gradisce, o peggio ancora pensa che il figlio non dimostri di preferire lei. Risiede qui uno dei motivi più importanti e non compresi dell’interazione madre-bambino, per cui vi sono i sostenitori del contatto corporeo che parlano “solo” dell’esigenza del bambino di stare tra le braccia della madre e i sostenitori delle “buone abitudini” di tenere il bambino nella culla, che attaccano gli altri di non considerare che vi sono bambini e bambini, che le madri non vanno colpevolizzate e che vi sono bambini che sembrano dimostrare di preferire la culla. In questo circolo vizioso non se ne esce se non frastornati, e con la sbrigativa risoluzione che ognuno ha le proprie teorie e alla fine tutto va bene se è una libera scelta della madre. Tutte e due queste visioni sono destinate a fallire, perché non vedono una cosa : la madre. Si parla mai di cosa senta la madre, delle interazione emotive profonde tra lei e il suo bambino?

Bene, negli anni di esperienza accanto alle madri ho potuto toccare con mano che ogni madre nel suo profondo ha una voce dentro che vuole accudire il proprio figlio come una gatta selvatica sapiente e irreverente verso gli altri, ma ho anche visto che vi sono in lei altre voci a volte ben più travolgenti e impietose che urlano tutto il suo vissuto, che riaprono le antiche ferite. Entro nel vivo. Una donna che non è stata una bambina contenuta e compresa, ma è stata una “brava bambina” ben adattata alle esigenze dei genitori può avere difficoltà a lasciarsi andare a questo contatto così spontaneo, sensuale e non regolato col bambino. Nasce allora il bisogno di mettere questi limiti come orari, abitudini ben definite, che danno così allo scambio corporeo un significato che non sia solo piacere e scambio ma soprattutto bisogno alimentare, o bisogno immunitario e quindi più accettabile. Lei così sembra calmarsi e automaticamente sembra calmarsi anche il bambino. Il bambino infatti cerca sempre di adattarsi all’ambiente circostante. Nella nostra cultura in cui il corpo, soprattutto quello femminile viene sessualizzato fin dall’infanzia, sono ahimè molto ricorrenti molestie o abusi sessuali o comunque vissuti di seduzione da parte degli adulti, nella mia pratica ho potuto vedere che ciò è uno dei motivi più consistenti di difficoltà nel vissuto corporeo, sia nella relazione col proprio corpo durante il parto sia nella relazione di accudimento col bambino poi. Queste sono le situazioni in cui solitamente è necessario un percorso di elaborazione e integrazione dei propri vissuti lungo e profondo. La persona giusta al momento giusto può davvero fare la differenza nella nostra maternità. Senza voler psicologizzare il tutto, è bene sapere che i traumi passati avuti nell’infanzia o presenti come un parto traumatico o un evento scioccante hanno bisogno di essere ascoltati e elaborati per renderci liberi di vivere. Questo non significa che chi abbia avuto esperienze non soddisfacenti o traumatiche nell’infanzia debba necessariamente avere problemi nel contatto corporeo o nell’accudimento del bambino, ma è bene sapere che può accadere, che siamo vulnerabili.

Il parto ad esempio non viene mai preso in considerazione nella valutazione delle difficoltà che mamma e bambino hanno i primi tempi, in realtà influenza la condizione psicofisica della madre, la qualità della suzione e del sonno nel neonato, e tanto altro. Anzi è proprio in questa visione che diventa preziosissimo preservare momenti come la gravidanza e il parto. Se la donna vive la propria gravidanza e il proprio parto come esperienze di piacere, di autodeterminazione e sincronizzazione col bambino questi saranno momenti trasformativi unici che velocemente e fisiologicamente cambieranno le vecchie ferite in processo di guarigione. Ciò aiuta anche le madri a sentirsi meno in colpa, pensando di non essere capaci o attente, ma nella consapevolezza che i propri vissuti e il proprio dolore debbano essere ascoltati e elaborati per vivere pienamente la propria maternità. A ciò si aggiunge il contesto culturale che ci espone a modelli di allontanamento dei corpi e a pratiche direttive che talvolta colpiscono la nostra fragilità facendoci agire in un modo piuttosto che in un altro. In tutti gli altri casi è importante sapere, come già detto, che esiste anche una “naturale” elaborazione che la madre fa semplicemente lasciandosi andare ad un accudimento presente e costante, è fondamentale l’ambiente che la circonda che come amo dire sia un “ambiente-madre”, ossia un ambiente che la sostenga, la rispetti, la onori, le permetta di piangere e aprirsi. Solo così la maternità sarà un affascinante viaggio da godersi nella pienezza e il pianto del bambino sarà qualcosa da accogliere e non da estinguere al più presto con tecniche e strategie dell’ultim’ora.

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