Il pianto del neonato: quello che non si dice

“Infant crying” o pianto inconsolabile è la prima parola digitata sui motori di ricerca dai neo genitori. E via a tutte le possibili soluzioni, motivazioni ecc.. coliche, girate in macchina alle due di notte, sondini per espellere il gas, uso del phono, tante ne ho sentite. Nascendo questo spazio dal desiderio di contribuire a migliorare il benessere di mamma e bambino e di tutta la famiglia, penso sia molto importante fornire un’informazione ampia e comprensibile affinchè ogni madre e padre possano trovare la propria strada verso la competenza, e spero che un giorno la prima parola sia “gioia”! Leggi tutto il post

Contatto corporeo e portare

L’importanza del contatto corporeo con la madre è un bisogno fondamentale del neonato e del bambino, ormai dimostrato da numerosi studi. Nell’accompagnare molte madri nel percorso maternità mi accorgo però che tradurre questo in una pratica che soddisfi realmente il bisogno di madre e bambino è assai difficile. Solitamente le richieste del bambino sembrano eccessive per la madre, che si sente come obbligata a rinunciare al riposo e alla gestione dei propri impegni per rispondere al bambino. La maggior parte delle madri tende a tenere il bambino appoggiato da qualche parte e a prenderlo solo quando inizia il pianto, nell’idea che il bambino “deve” abituarsi a fare senza la mamma e in questo va abituato fin dalla più tenera età. Questo modo di agire è spesso dovuto all’influenza culturale che viviamo nella società contemporanea, dove il contatto corporeo tra adulto e bambino ha assunto il significato di un vizio, dove il bisogno del bambino di vicinanza è visto come in eccesso e per questo va “regolamentato” insegnandogli a fare senza. È frequente sentire adulti che commentano le richieste del bambino con frasi tipo “Non fare il furbo che piangi per farti prendere!” oppure rivolto a bambini appena più grandicelli, di un anno o due, dire “sei grande per stare in braccio!”.  Qui vorrei invece soffermarmi sul significato profondo del contatto corporeo che ha molteplici dimensioni: in primis quello di rassicurare e di non far sentire il bambino solo. Il bambino infatti fino a 18-24 mesi almeno non è in grado di comprendere che se non vede la mamma lei comunque c’è o tornerà, è in grado di tollerare la sua assenza per brevi momenti se accudito da un altro adulto soccorrevole e amorevole con lui, ma non di “sapere” razionalmente cosa sta accadendo. Per questo l’unico modo di rassicurarlo è una prossimità assidua della madre. Un altro significato fondamentale del contatto corporeo è la comunicazione tra madre e bambino. Più il bambino sta a contatto col corpo materno più sarà capace di leggere e decodificare i messaggi che si trasmettono attraversano il corpo e il riconoscimento delle espressioni facciali. Essere stanchi, essere gioiosi, essere in ansia, sono stati che si esprimono attraversano la pelle, la tensione muscolare e l’espressione del volto. Essere a contatto con questa varietà espressiva, conduce il bambino non a “subire” lo stato d’animo altrui come spesso si pensa, bensì ad essere più competente nel decodificarlo. Alcuni studi hanno messo in evidenza ad esempio come l’allattamento al seno prolungato sia correlato con una maggiore capacità empatica nel bambino, e questo proprio perché l’allattamento più di ogni altra cosa garantisce un quantitativo superiore di occasioni per il bambino di osservare il volto materno dalla posizione privilegiata dell’allattamento. Chiaramente se la madre fosse stressata o triste per troppo tempo questo potrebbe generare un disagio nel bambino che deve stare a contatto con emozioni così difficili, ma a quel punto si deve lavorare sul benessere della madre, non sull’allontanamento del bambino! Leggi tutto il post